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mercoledì 22 aprile 2009

Il preservativo che non preserva

di Giuseppe Garrone e Elena Baldini

Siamo alle solite.
Appena il Papa apre bocca, si scatena il putiferio. Anche quando dice cose ovvie e semplicissime, come il fatto che il preservativo non serve ad evitare il diffondersi dell’aids.
Naturalmente, c’è chi si è affrettato a dire che il Papa stava solo esponendo, come è logico, la dottrina morale cattolica. Ma Egli parlava soprattutto in difesa della vita di milioni di bambini e adulti.

Per dirla con le parole nude e crude della scienza, uno studio neanche troppo recente (1990) della “JOHN HOPKINS UNIVERSITY”, («Population Reports», vol. XVIII, n. 3, serie H, n. 8), il contatto diretto con sperma infetto è la causa principale della trasmissione per via sessuale del virus dell’Aids. In una eiaculazione vengono emessi circa 3,5 millilitri di sperma, e il liquido seminale di un uomo sieropositivo contiene più o meno 100.000 particelle di virus per microlitro (0,001 millilitri). Una caratteristica dei virus è proprio la loro dimensione incredibilmente ridotta. Al microscopio elettronico si è potuto constatare che il virus Hiv è una pallina del diametro di appena 100 nm (nanometri), cioè 0,1 micron (1 micron = 0,001 mm e 1 nanometro è un miliardesimo di metro). Ciò significa che il diametro della parte più grossa dello spermatozoo, la testa, che è di 3 micron, è trenta volte più grande del virus dell’Hiv. E’ come dire che, se lo spermatozoo ce la fa a oltrepassare la parete del preservativo, il transito è trenta volte più comodo per il virus.
I vari test eseguiti dall’industria della gomma (test di permeabilità sotto pressione, test elettrico, ecc.) dimostrano chiaramente che “Sulla superficie del preservativo la struttura onginale appare al microscopio come un insieme di crateri e pori. I crateri hanno un diametro di circa 15 micron e sono profondi 30 micron. Più importante per la trasmissione dei virus è la scoperta di canali del diametro medio di 5 micron, che trapassano la parete da parte a parte. Ciò significa un collegamento diretto tra l’interno e l’esterno del preservativo attraverso un condotto grande 50 volte il virus” (C.M. ROLAND, The Barrier Performance of Latex Rubber, in «Rubber World», giugno 1993, p. 15).
Ed è noto che il preservativo non è una barriera assoluta contro il concepimento, nonostante che per il concepimento siano necessari milioni di spermatozoi, mentre per l’infezione bastano pochi virus!
L’illusione che fa aumentare il rischio e che uccide!
“Soprattutto per i giovani, che non pare si preoccupino tanto di che cosa ci sia di vero in questa millantata sicurezza, un simile consiglio può essere piuttosto uno stimolo a «provarci» ogni tanto, proprio perché istigati da questa propaganda del preservativo.
Ma uno già positivo Hiv, pur non volendo nuocere ad altri, può essere invogliato a rapporti nell’illusione della barriera.
Un’infezione da Hiv è tuttora una malattia mortale, ma a chi mette in giro questa pubblicità col finanziamento, in questo caso, dai vari ministeri della sanità non pare che importi molto di avere cadaveri sulla coscienza…di sicurezza, il preservativo, ne offre tanta quanta il tamburo di un revolver nella roulette russa” (Joannes P.M. Lelkens, Aids: il preservativo non preserva, 1994).
Cosa c’è quindi dietro a tutto questo?
Enormi interessi economici e l’ideologia antivita.

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giovedì 30 ottobre 2008

La verità, prima di tutto!

L'antifascismo è uno slogan compattatore di componenti politiche e sociali tra le più diverse. E il falso mito del pacifismo tradisce la sua sottile trama ipocrita di violenza totalitaria proprio quando tenta di avocare a sè il privilegio dell'esclusività e l'egemonia nel dissenso.

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martedì 16 settembre 2008

Strani jovanotti

L'ipocrisia sembra la cifra smaccata di questo maleodorante e rutilante mondo di cartongesso, dove si assiste al matrimonio religioso di un tizio, cantante e militante comunista di professione, che in un suo testo scrive:

Io credo che a questo mondo
esista solo una grande chiesa
che passa da CHE GUEVARA
e arriva fino a MADRE TERESA
[...
]
arriva da un prete in periferia
che va avanti nonostante il Vaticano

A parte l'irriverente paragone tra un terrorista e Madre Teresa, ma quel che più risalta, è lo sberleffo che il signorino tenta rivolto alla Santa Madre Chiesa e alla Sede Apostolica.
Il signorino oggi sposa una convivente che sfoggia un Roberto Cavalli; lui stesso è in frac e tuba e con una sfavillante Mercedes Classe S; lista invitati da reboante evento patinato, con annessa scenografia da fotoromanzo. Insomma, la febbre del fetido moralista prende tutti, soprattutto i novatori delle magnifiche sorti e progressive.
La verità è che tutti son froci, ma col culo degli altri. Chi vuol intendere, intenda...

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giovedì 14 agosto 2008

Famiglia s-cristiana

In questi giorni infuria la polemica su Famiglia Cristiana.
Il Direttore della Sala Stampa Vaticana, Padre Lombardi, fa sapere che Famiglia Cristiana non ha nessun titolo per rappresentare la posizione della Santa Sede e della CEI.
Era ora.
Meglio che non intraprenda la disamina delle autentiche porcate teologiche scritte negli anni da questa rivista da spiaggia nudista, visto che, comunque, i culi ce li ha già inseriti ufficialmente da Novembre 2005. Anche la "famiglia cristiana" ha un culo. Che mondo eccezionale!
Il culo "Cristiano" ce lo abbiamo già. A quando la gnocca "Benedetta"?
Ma veniamo a noi e ad una breve riflessione (correrei il rischio di infestare anche questo santo angolo di buon senso editoriale).

Questa rivista, che troneggia sui tavolini delle nostre parrocchiette, spacciata come "cattolica" ma che di cattolico non ha niente se non il culo (questo sì, molto cattolico!), ha trasformato (ma forse è stato sempre così) le sue pagine in falci e martello da ideologismi della sinistra castrista. Per non parlare delle fregnacce dei vari teologi che si aggirano per la rivista (come Falsini) o di presunti abati (e chi lo ha mai benedetto?), come Enzo Bianco, di presunte comunità monastiche (con quale approvazione pontificia e quale inquadramento canonico?). E' una rivista da buongustai dell'incontinenza verbale e della ciarla luogocomunista. Rivista da compagnucci della parrocchietta, da rivoluzionari conciliaristi alla Melloni, da democristiani alla Dossetti.
Un tipo di cattolicesimo con tanta panna e miele, il volemose bene cartaceo del cattolicesimo militante che fa soldi a palate con la boutade della solidarietà e del volontariato (questo tipo di cattolicesimo è stato il primo a capire che il cosiddetto volontariato è la porta di servizio per entrare nel mercato affarizio delle clientele e dei "piazzamenti" sociali; tanto è vero che la sinistra, che fessa non è, ne fa il verso e cerca di accaparrarsi il mercato immigratorio e sociale con le coop).
Il direttore della (ex) mite rivista dei Paolini ha capito che se continuava a servire camomilla, forse sarebbe riuscita a garantirsi il mercato delle perpetue e dei don Abbondio, ma avrebbe dovuto attrezzarsi a essere venduta non solo nelle chiese ma anche nelle cappelle cimiteriali.
E allora si mette a fare il politicante e il maestrino.
Quando c’erano in ballo i Pacs, le unioni di fatto, chiamate in Italia "Dico", Famiglia cristiana intervistò per due pagine la Bindi che difendeva le sue idee pro-Dico, e diede dodici righe al Papa che li scomunicava. Titolo di copertina ambiguissimo: "Meno Dico e piú famiglia". Si deve pur galleggiare. Semmai è su posizioni di etica sociale che Sciortino può traballare. Non per la politica...
Con il suo azzeccagarbugli e compagno di merenda, il gesuita Bartolomeo Sorge (da cui l'autore di questo blog attende ancora una risposta alla polemica personale su alcune questioni dottrinali), spara a zero sempre sul Berlusca e le politiche "reazionarie" italiane, forse per conservare il suo posto di direttore: basta urlare e si conserva il posto, per la nota attitudine vaticana a evitare gli scandali...
Insomma, Don Sciortino meriterebbe che il tavolo delle sue cartuccelle prodiane gli fosse tirato in testa da quell'energumeno reazionario di nome Camillo. Prete almeno quanto lui.


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mercoledì 6 agosto 2008

Fosse Ardeatine: fu giusto

Il mestiere delle armi è il più antico. Questo blog non è pacifista, ma professa la pace nell'Ordine, che è ben diverso. Il pacifismo è un istmo, un'ideologia. Come tutte le ideologie, è cieco, astratto, orizzontale, violento (sì, violento) e fumoso. Non è latore nè di valori, nè di progetti. Il pacifismo è ateo, innaturale, contorto e criminale. Il pacifismo è neutro, non presuppone nè suggerisce una verità. Cristo non fu mai pacifista (e come può la Verità assumere i caratteri della neutralità?): i frequenti ricorsi al termine "pace", sia nel VT che nel NT della Bibbia, non sono mai disgiunti dal concetto di ordine e "pace da Dio". Non comprenderemo mai il significato della pace cristiana al di fuori del concetto di verità, di ordine, di equilibrio, di gerarchia. Pensate, appunto, alla cattedrale gotica e al suo senso di progressione estetica e teologica dall'esterno (i gargoyles) all'interno (il sancta sanctorum, centro liturgico e sacro del Tempio). E' indicativa dell'universo gerarchico, ordinato di quello splendido periodo storico di rinascimento che fu il cosiddetto Medioevo: La gloria di colui che tutto move per l'universo penetra, e risplende in una parte più e meno altrove (Dante, Divina Commedia, Pd. I, 1-3).
Chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. (Luca 22, 36.37)
La Verità costa il prezzo che ha l'esclusione, l'imputazione e la condanna: cum iniustis deputatus est.
Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. (Matteo 10,34)
Nella dottrina cattolica la guerra non sempre è illecita: la guerra - calamità spaventosa - sia difensiva che offensiva può essere lecita, quando vi è un motivo giusto tanto grave da permettere mali gravissimi quali sono quelli connessi con la guerra stessa (Jone, Compendio di Teologia Morale, 220).

Ad esempio, la liceità risulta in genere dal fatto che è permesso difendersi contro un ingiusto aggressore (la cosiddetta "guerra preventiva" di G. Bush non è proprio una castroneria giuridica).
Nella condotta della guerra è lecito tutto ciò che è necessario o utile al raggiungimento del fine, purchè non proibito dal diritto naturale o divino o dal diritto delle genti.
Attenzione: abbiamo detto diritto naturale, divino e delle genti.
Sentiamo come recita l'art. 51 della carta dell'ONU: nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite.
Dunque gli USA sono intervenuti lecitamente in Iraq e Afganistan.
E anche la Convenzione dell'Aia: la popolazione ha l'obbligo di continuare nelle sue attività abituali astenendosi da qualsiasi attività dannosa nei confronti delle truppe e delle operazioni militari. La potenza occupante può pretendere che venga data esecuzione a queste disposizioni al fine di garantire la sicurezza delle truppe occupanti e al fine di mantenere ordine e sicurezza. Solo al fine di conseguire tale scopo la potenza occupante ha la facoltà, come ultima ratio, di procedere alla cattura e alla esecuzione degli ostaggi.
Ecco il diritto di rappresaglia, sancito dal diritto internazionale. E siamo all'attentato di Via Rasella, in conseguenza di cui ci fu la legittima rappresaglia delle Fosse Ardeatine da parte delle forze naziste.Secondo il diritto internazionale (Art. 1 della convenzione dell'Aia del 1907) un atto di guerra materialmente legittimo può essere compiuto solo dagli eserciti regolari ovvero da corpi volontari i quali rispondano a determinati requisiti, cioè abbiano alla loro testa una persona responsabile per i subordinati, abbiano un segno distintivo fisso riconoscibile a distanza e portino apertamente le armi. Ciò premesso, si può senz'altro affermare che l'attentato di Via Rasella, quale ne sia la sua materialità, è un atto illegittimo di guerra per essere stato compiuto da appartenenti a un corpo sì di volontari che però, nel marzo 1944, non rispondeva ad alcuno degli accennati requisiti.
Lo Stato, solo successivamente, considerò come propri combattenti i partigiani che avessero combattuto contro i tedeschi.
Contrariamente alla vulgata Priebke non è stato condannato per la fucilazione delle Fosse Ardeatine. Tale atto, col termine di rappresaglia, rientra nel codice internazionale di guerra e prevede l'esecuzione di dieci ostaggi per ogni vittima di un attentato compiuto da forze non in divisa. La condanna, che era stata inizialmente comminata solo al superiore diretto, Kappler, era derivata dal fatto che i fucilati furono 335 a fronte di 33 soldati assassinati con terrorismo dinamitardo in via Rasella dalla cellula comunista di Capponi e Bentivegna. Attentato che i comunisti compirono non solo perché causò l'eccidio di soldati tedeschi disrmati della sussistenza ma portò alla rappresaglia che decapitò buona parte della dirigenza partigiana non legata al Pci, ai "popolari" (Dc) e al partito d'azione.
Il caso Priebke è quello di un abominio giuridico. Processato una prima volta non fu ritenuto colpevole del numero eccessivo di cinque fucilati (unica accusa mossa) essendo la verifica del numero un compito che spettava a Kappler. La difesa non entrò in merito argomentando che a via Rasella oltre ai 33 soldati tedeschi vennero assassinati tre civili italiani, tra cui un bambino, e che in linea teorica la rappresaglia poteva forse essere considerata legittima fino a 360 uomini.
Fu molti decenni dopo che, presi dalla foga del castigamatti global, e utilizzando in modo molto disinvolto la non prescrizione del "crimine contro l'umanità" certi signori reclamarono Priebke dall'Argentina e lo processarono nuovamente infrangendo ogni elementare diritto alla difesa. Priebke venne assolto dal delitto più grave ma mantenuto in prigione con la forza, riprocessato una terza volta e infine sacrificato sull'altare del giustizialismo spettacolo.

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domenica 3 agosto 2008

L'ineguaglianza degli uomini

Senza l'assoluto rischio della trascendenza, tutto è uguale, poichè la differenziazione gerarchica è priva dei suoi costituenti fondativi: l'asse assiologico risulta essere sostanzialmente orizzontale.

L'uguaglianza degli uomini è un reato contro la natura.
Come altrove accennato (La Modernità), la modernità si costituisce come frattura, perversione che non smette di affascinare anche le frange più reazionarie, o sedicenti tali.
Nemmeno il cattolicesimo ne è immune, giacchè il Novecento segna l'ingresso compiaciuto della eresia nelle prassi pastorali, offrendo, altresì, la possibilità non remota di corrodere il telaio dottrinario fin qui ancora mondo da certe concessioni.
La combustione del pensiero filosofico occidentale deve alla crisi della metafisica il suo principio reattore. La modernità non è che la manifestazione di processi dissolutori della tradizione, della cabala così come giunta e custodita fino a noi.


Ad un certo punto della storia, si introdusse una prassi intellettuale di demolizione dei fondamenti che da sempre costituivano i principi della società a direzione aristocratico-religiosa. La civiltà, fin lì, aveva sempre riconosciuto come uniche sorgenti di legittimazione morale del potere politico tre attività nobilitanti: l'amministrazione del Sacro, l'arte della guerra, il lavoro della terra.
Si concordò di opporsi a quelle coordinate di comprensione del mondo, ponendo tra parentesi l'esperienza cristiana (liquidata col termine di "Medioevo") e costituendosi arbitrariamente senza soluzione di continuità in contatto con la cultura classica.
Nacque l'Umanesimo.
L'aristotelismo era inadeguato per la soluzione della complessità del mondo e la trascendenza scese al rango di mera ipotesi affiancata ad altre di altro tipo. La spinta soprannaturale delle cose è ormai sperimentata come un fatto privato (ben prima, quindi, delle arroganze laiciste della rivoluzione totalitaria francese), oltre il cui solco v'è soltanto superstizione.
Da qui la motivazione della ribellione luterana: è l'annuncio dell'eclisse di Dio come partecipazione istituzionale, corale, sociale, come ermeneutica stessa della società.
Si articolerà poi, ma trovando il suo fondamento in questa nuova configurazione culturale, la secolarizzazione dell politica e una vera e propria trasfigurazione religiosa della sovranità, dove, mancando la ricapitolazione trascendentale delle cose, lo Stato si prevede fondamento della morale e vero e proprio potere spirituale. Cesare è Dio.
L'atomizzazione della civiltà agraria, dunque, rende possibile lo sviluppo di un'etica che riconduce l'individuo all'esterno del perimetro di valori costituito dal binomio di sangue e suolo. La nuova economia, peraltro, ideata e avviata proprio in Italia, disarciona l'uomo dai contesti identitari che lo caratterizzano, lo specificano, lo "fanno". La nuova logica del mercato è astratta, fumosa, il mito umanista dei diritti universali è astratto, la chimera dell'universalismo profano è astratta.
Non c'è più l'uomo, quello vero che vive e parla una lingua, che ha una religione ed è parte di una comunità, inserito in una storia e latore di una specifica cultura (in qualche modo, l'uomo dei capp. 2 e 4 della Germania di Tacito): c'è l'appiattimento, prima che sociale, antropologico di un uomo identico agli altri.
Privato della sua naturale tensione oltretombale, trascendente, l'uomo è belva.
Come una belva, infatti, l'uomo moderno scopre un orizzonte di terre inesplorate, l'abisso etico, la privazione del senso: nasce anche il romanzo moderno, dove però l'eroe non è più Enea che si fa carico del padre Anchise, la Tradizione. L'estinzione delle antiche classi dirigenti militari e spirituali lascia il mondo sgomento.

La fine del Kathekon
La teoria gelasiana dei duo luminaria e la filosofia tomista affidano al potere temporale la funzione di Kathekon, l'"ostacolo" al prevalere delle forze dissolutorie dell'Anticristo.
L'Impero Romano prima (non a caso Cristo "sceglie" quel momento per l'Incarnazione, in un momento in cui l'ordine era fondato sul diritto e garantito da un'autorità), il Sacro Romano Impero dopo, rappresentarono storicamente il kathekon dell'Occidente, il contenimento e la preservazione da volontà esogene di smarrimento dei principi costitutivi della Cristianità europea. Il presidio della verità cattolica in tutta la sua pienezza e la sua intemerata predicazione aveva il potere di frenare lo sviluppo della perversione e delle forze del male anche nel mondo laico e fra i non cristiani: era, quindi, il kathekon, soprattutto un disegno di organizzazione metapolitica della società.
Oggi, invece, una tipologia di organizzazione semplificatrice, antigerarchica e anticastale egemonizza e guida i progetti di costruzione del patto sociale fra i soggetti: l'ideologia democratica.
Ideologico è, infatti, l'assioma della semplificazione dell'uomo. L'ineguaglianza, viceversa, non è ideologica poichè la sua stessa missione è quella di restituire l'uomo alla complessità delle sue dimensioni plurali, alla eterogeneità delle sorgenti di formazione , alle varie declinazioni esperienziali: il ripristino della poliedricità nell'ordine. L'ineguaglianza è Ordine, poichè ramifica il corpo sociale in ulteriori corpi e articolazioni organiche, in cui il processo di accoglimento della universalità è mediato e non traumatico, non conflittuale.
La blaterata uguaglianza è frammentazione, è polverizzazione patologica dell'uomo scaraventato in un mondo nato sull'assurdo storico del primato della ragione.
Il Medioevo aveva reso architettonicamente questa verità attraverso lo stile gotico. Dante con la Divina Commedia. Manzoni con la tematica della Provvidenza.

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venerdì 27 giugno 2008

La depravazione statale

Un innocuo sapore di fragola, ovvero: il sesso chiedi e gusta spiegato ai ragazzini delle scuole medie.

di Rodolfo Casadei

Strano posto, il territorio della provincia di Milano: se in una famiglia a una bambina capita di ritrovarsi sotto il banco a scuola un disegno pornografico con annessa legenda secondo la quale lei fa sesso a pagamento con suo fratello, quei genitori si vedranno portare via i figli perché non hanno esercitato a dovere la loro responsabilità di adulti. Se invece altri adulti insegnano a dei ragazzini di 13-14 anni come si pratica il sesso orale, spiegano che in caso di gravidanza possono ricorrere all’aborto senza parlare coi loro genitori o che l’età giusta per avere i primi rapporti sessuali è 15-16 anni, a questi adulti non succederà niente di male, anzi: lo Stato li pagherà per il loro lavoro, perché quello che stanno facendo si chiama, proprio così, "educazione sessuale".


Per carità di patria non facciamo il nome delle scuole. Ma quello della zona sì: la zona 9 di Milano. Lì da alcuni anni nelle scuole medie inferiori viene portato, previa approvazione del singolo istituto su proposta di qualche commissione di docenti, un Progetto di educazione all’affettività dove ai ragazzini viene spiegato tutto ma proprio tutto, tranne l’affettività. Il progetto non è farina del sacco degli insegnanti (benché i lavori delle commissioni, 20 ore all’anno, siano retribuiti a 18-20 euro all’ora coi soldi del fondo di istituto), ma è calato dall’alto dall’Asl locale. Diciamo calato dall’alto perché è difficile definire diversamente un progetto che gli esperti dell’Asl presentano agli insegnanti della commissione che si è rivolta a loro nei seguenti termini: i contenuti sono quelli che vengono esposti e sono insindacabili, non si possono modificare o integrare, si può solo prendere o lasciare; durante le lezioni di dottoresse e psicologi loro, gli insegnanti, dovranno stare fuori dalla porta, affinché i ragazzi siano più liberi di esprimersi; da quest’anno il progetto, che è finanziato all’Asl dalla Regione (le scuole non devono pagare niente), va approvato e attuato non più su base annuale ma triennale: bisogna legarsi mani e piedi per tre anni a quello che l’Asl decide di fare.
Naturalmente le responsabili del progetto invitano anche i genitori dei ragazzi a un incontro di un’ora per presentare loro il lavoro che faranno coi figlioli. Ma pare che tacciano almeno un paio di circostanze: per esempio quella che gli insegnanti sono tassativamente esclusi dalla partecipazione alle lezioni; e per esempio quella che fra le informazioni trasmesse ai ragazzi c’è pure il fatto che possono rivolgersi ai servizi sanitari per interrompere un’eventuale gravidanza senza parlarne coi genitori. Un argomento fieramente dibattuto nei faccia a faccia con gli insegnanti, alcuni dei quali avrebbero obiettato che dire a un 13-14enne che ha facoltà di decidere di abortire senza nessun riferimento all’autorità dei genitori non è propriamente educativo. Significa investirlo di un senso di onnipotenza negativo per la sua crescita e per chi gli sta intorno. Ma quelli della Asl hanno replicato che la legge 194 prevede tale facoltà, che è loro compito informare in maniera completa ed esaustiva i ragazzi, in quanto non è automatico che alle medie superiori verranno correttamente informati, e perché il problema potrebbe presentarsi. La nuda informazione, senza interferenze da parte di giudizi di valore su cosa è giusto o sbagliato, bello o brutto. Tranne uno: che bisogna fare il possibile per evitare di contrarre malattie o gravidanze indesiderate.

Penna, quaderno e profilattico [una volta erano i massonici squadra e compasso, ndr]

Questa è la filosofia del Progetto educazione all’affettività. Gli insegnanti non sono ammessi ai corsi, ma i ragazzini parlano, e raccontano come si svolgono le lezioni. Lo spunto è dato dalle loro domande, raccolte per iscritto e in forma anonima in classe prima dell’incontro con la ginecologa. Costei parte dal singolo interrogativo per sviscerare l’intera materia. C’è sempre qualche curiosità circa il sesso orale, che dà la stura a spiegazioni dettagliate sui profilattici: «Per il sesso orale si usano preservativi al gusto di frutta», si sentono dire gli allibiti 13enni, «per il rapporto anale serve un preservativo più resistente, per i rapporti vaginali ne basta uno normale».
I profilattici fanno parte dei sussidi didattici, così come un pene e una vagina artificiali, che vengono fatti passare fra le mani di ragazzi e ragazze. A volte vengono invitati loro stessi ad applicare il coso di gomma sull’organo maschile, a volte fa tutto l’esperta della Asl. «A me non è piaciuto vedere la signora che continuava ad allungare il preservativo e poi ci ficcava le mani dentro», commenta un ragazzino.
Una delle ossessioni degli adolescenti maschi, si sa, è la misura del membro: nelle domande l’argomento torna spesso. «Cosa succede se il membro maschile è molto lungo?», diceva per esempio una domanda. Risposta: «Non succede nulla, la profondità della vagina è sette centimetri, più in là non si va. Anche Rocco Siffredi ha a disposizione solo quello spazio». L’aver evocato il Rocco nazionale ha indotto domande improvvisate sull’argomento: ma come fanno i pornoattori a fare quello che fanno? E per di più senza il profilattico che voi ci state caldamente consigliando? Risposta: «Quello che vedete al cinema è un montaggio di immagini. Nessun rapporto dura così a lungo come fanno vedere. E l’eiaculazione avviene sempre fuori dalla vagina». Un tempo c’era chi bigiava la scuola per frequentare cinema a luci rosse, adesso non c’è più bisogno: vai a lezione ed è quasi la stessa cosa.
Non tutti riferiscono le stesse cose. Secondo alcuni ragazzi il linguaggio è sempre scientifico e rigoroso, secondo altri «non abbiamo mai sentito dire tante parolacce da degli adulti come quel giorno». Le informazioni legali sul diritto all’interruzione di gravidanza non sono state sempre comunicate come era stato preannunciato agli insegnanti, ma solo dicendo che si può legalmente abortire nei primi tre mesi. Ma il paradigma generale è chiaro: dietro l’abito di una comunicazione puramente informativa su base scientifica e legale viene lasciata passare l’idea che in materia di sesso ognuno/a può fare quel che gli/le viene in mente senza porsi domande, se non circa le probabilità di beccarsi una malattia o una gravidanza non desiderata. Nessuno spiega ai ragazzi che quello che si vede nei film non è il modo giusto di vivere la sessualità. Nessuno gli racconta che il sesso è qualcosa di molto più affascinante e complicato di un meccanismo messo in moto da curiosità pruriginose. Sperma e gomma, gomma e sperma: nient’altro.

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lunedì 23 giugno 2008

Cacciato un giornalista dal Vescovo

La notizia è battuta sulle agenzie come i tamburi di Moria. E chissà che non esca ora, questione di minuti, il solito orco delle caverne anticlericale, o la ciabattina cattocomunista a inveire o aggrottare la fronte perchè la chiesa così, la chiesa cosà...

Mbè, quello che Mons. Mattiazzo, Arcivescovo di Padova, uno che la gavetta l'ha fatta come Nunzio in Africa, titolare della sua Diocesi da ben 23 anni, ha fatto è cosa buona e giusta e non sta a noi contare i peli della vicenda.
Un Vescovo è Re nella sua Diocesi e può fare quello che vuole, quando vuole.
Come successore degli Apostoli, egli ha ereditato per diritto divino, e come anche ricorda il nostro blog, il triplice potere di istruire, di santificare e di governare una porzione del gregge di Cristo (Mt 28,19).
Dov'è il problema? Nelle maniere? Ognuno ha quelle che ha.
Nell'inopportunità dell'azione pubblica? Sappiate che, nel momento in cui il sig. Gianni Biasetto ha varcato la porta della chiesa, si è sottoposto al giudizio e alle regole del padrone di casa, il parroco, che ne ha giurisdizione: e, in specie, al Vescovo, che di tale giurisdizione ne è il responsabile.
Ritenendolo evidentemente inopportuno in quella circostanza, Messa o non Messa, e ricordandosi che prima lex est salus animarum, lo ha trattato come un comune penitente, il quale si può tranquillamente allontanare dalla chiesa per non destare scandalo nei fedeli (ricordo, a tal proposito, che per scandalo si intende la possibilità offerta ai fedeli di proporre modelli sbagliati e insidiosi di condotta e statura morale).
Per di più, è penitente contumace, non essendosi presentato in foro esterno al giudizio del confessore (poichè il vescovo ha ravvisato nei suoi articoli o nella sua cronaca dei fatti un atteggiamento pregiudiziale e professionalmente scorretto, oltre che oltraggioso).
Di qui al fatto il passo è breve e il contumace, convinto di aver riprodotto esattamente e con solerte e specchiata buona fede i fatti, si è visto trattare come dovrebbero trattarsi i flentes, coloro, cioè, che non dovrebbero essere ammessi al Sacrificio Eucaristico poichè in grave debito con il tribunale del sacramento della Confessione.
Il vescovo ha esercitato le sue funzioni e con un atto di governo, insindacabile (poichè la Chiesa non è democratica, checchè ne pensino Bindi, Prodi e Franceschini vari), ha sbattuto fuori un pettegolo arrivista.
Tutto qui.

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martedì 27 maggio 2008

Una lettura del presepe napoletano

A breve un particolare affresco della umanità pravità, finemente rappresentato e totalizzato nella somma teologica del presepe napoletano settecentesco.

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