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venerdì 17 ottobre 2008

Risposta al Card. Cottier

Un'intervista di Gianluca Barile al Card. Cottier, Teologo della Casa Pontificia fino al Dicembre 2005, mi spinge a dover precisare alcune cose, dette dal porporato in solito stile conciliare in base a cui si potrebbero ricavare due opposte interpretazioni. E' il solito dico-non dico, ma potrebbe, però, tuttavia, sebbene...
Certi uomini di Chiesa non hanno più il coraggio di esporre la dottrina, ma foraggiano quella porzione, sempre più larga, di pseudocattolici manieristi di parole e concetti "innocui". Ma un vestito che sta bene a tutti non è più un vestito ma un poncho.

Veniamo a noi.
Alla domanda "Ci potrà essere salvezza per i non cattolici?" il Cardinale risponde: "Ovviamente sì. Dio giudicherà in base all’Amore, e quindi in base alle opere, anche chi ha professato altre religioni."
Benissimo, allora mi chiedo cosa stanno a fare ancora in piedi le chiese. Smontiamo tutto, lui per primo vada a lavorare, e buonanotte ai suonatori.
Ma le cose non stanno così. Il Cardinale farfuglia e contraddice il Magistero infallibile della Chiesa, la quale afferma:

Quanti vogliono conseguire la salute eterna devono aderire alla Chiesa, non diversamente da coloro che, per non perire nel diluvio, entrarono nell'arca (Catechismo di Trento, 114)

No, fuori della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana nessuno può salvarsi, come niuno poté salvarsi dal diluvio fuori dell'Arca di Noè, che era figura di questa Chiesa (Catechismo di S. Pio X, 169)

E' solo un assaggio, senza voler scomodare il Sillabo che nella proposizione XVI condanna proprio la negazione di quello che è un dogma di Fede: Extra ecclesiam nulla salus.
Ma scoltiamo anche il tanto famoso Concilio Vaticano II:
Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza. (Lumen Gentium, 14).
Infatti solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è il mezzo generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. (Unitatis Redintegratio, 3).
Non si esclude, è vero, che in altre religioni vi siano dei frammenti di verità e salvezza, retaggio dell'unica cabala di provenienza. Ma, appunto, la pienezza è solo nella Chiesa Cattolica.

Alcune considerazioni mie finali.
La Chiesa è viva, perchè formata da persone vive; perciò, nel suo insieme, viene spesso considerata come un individuo avente corpo e anima.
Il corpo è formato da tutti i fedeli, i quali credono alla dottrina di Gesù Cristo, obbediscono ai legittimi pastori (Papa e Vescovi) e ricevono i SS. Sacramenti. Capo di questo corpo sociale è il Papa; membra principali i Vescovi; membra secondarie tutti gli altri fedeli.
L'anima della Chiesa consiste in ciò che vivifica i credenti in modo soprannaturale e li mette in grado di compiere opere soprannaturali e degne di vita eterna. Quindi, cosa li vivifica e li fa agire in modo soprannaturale? La grazia santificante (i Sacramenti, come insegna il Concilio dogmatico di Trento), le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo. In questo consiste la vita o l'anima della Chiesa.
Ora abbiamo quattro possibilità: un individuo può appartenere:
1) al corpo e all'anima della Chiesa;
2) al corpo e non all'anima;
3) all'anima e non al corpo;
4) nè all'anima, nè al corpo.

1) Appartiene al I caso il cattolico in grazia di Dio; per il Battesimo è unito al corpo, per la grazia è unito all'anima.
2) Appartiene al II caso il cattolico in peccato mortale.
3) Appartiene al III caso chi ha la grazia di Dio ma non è cattolico. Ad esempio, un protestante validamente battezzato, il quale non ha peccato grave sulla coscienza. Costui non appartiene al corpo, perchè non è cattolico, non ha per capo il Papa, non è inscritto nei registri parrocchiali.
4) Appartiene al IV caso chi non è battezzato e ha commesso peccato mortale.

Per semplificare, perchè il discorso sarebbe lunghissimo, quelli del II e IV caso non si salvano.
Quelli del I caso, ovviamente, si salvano. Resta un discorso particolare per quelli del III caso.
Se sono in buona fede, cioè, sono fuori per ignoranza incolpevole e vivono virtuosamente, o, commesso per disgrazia il peccato, fanno un atto di dolore perfetto, essi appartengono all'anima della Chiesa e si salvano. Questo in teoria.
In pratica è difficilissimo dire chi, non appartenendo al corpo della Chiesa, appartenga tuttavia all'anima.

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venerdì 25 aprile 2008

L'Apostolo dalla poca fede?

Nell'immaginario collettivo San Tommaso è colui che fa il pignolo, è colui anche che mentre Gesù risorge e appare agli Apostoli (che pure altamente snobbarono di andare in Galileia ad incontrarLo, tanto da continuare a grigliare il pesce (Lc 24,41)), lui si permetteva il lusso di essere assente...
Ma quali impegni fecero assente Dìdimo?
Ma soprattutto, per quale motivo questo Apostolo ottiene il privilegio singolare di un'apparizione supplementare? Eh sì, perchè credo che questo viepiù interessi a noialtri, ben indaffarati viceversa se non a grigliate, ad affari, commissioni, impegni, catechesi magari...O forse un'oretta di sano volontariato che sia il medico che il demonio scaccia via? O forse la nostra quotidiana timbrata di ticket alla Charitas o all'AC, che tutti fanno più santi e certi di celesti glorie?
No amici miei, la sorpresa è come sempre nello stile evangelico, cioè tra le più inaspettate e pruriginose: chè la salvezza, presso noialtri romani, deriva unicamente da quella professione di Fede che esattamente nemmeno Pietro e gli altri mancarono di fare. Come a dire che l'uomo è incapace a salvarsi da solo. E' tutto fatto da quel Divin Figlio: a noi non resta che amare l'unica cosa che ci ha lasciato, la Chiesa, i Sacramenti. L'adesione.
Ecco cosa meritò il privilegio e che buona parte dei goffi pretastri tace o ignora, forse perchè una tessera val più che un confessionile:

I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».
[...] Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». (Giovanni 11,8.16)

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Matrimonio e contratto

Il matrimonio cristiano, cattolico ma pure protestante, è un contratto e solo quello.
Lo stesso contratto è elevato a Sacramento; al contrario, se ciò cadesse nella disgrazia di non essere così inteso, si potrebbe sottomottere il matrimonio alla potestà laica e sottrarlo alla potestà ecclesiastica, promulgando e propagando il cosiddetto matrimonio civile. Se ne ricava, quindi, che codesto matrimonio è contratto naturale, vero ed onesto.
E' tesi prossima alla Fede che contratto e Sacramento sono una sola e stessa cosa, guai a dividerli. E' lo stesso contratto ad essere causa efficiente di Grazia nei contraenti, i coniugi.
Ecco la proposizione del Sillabo condannata dal Pontefice Pio IX:

Matrimonii Sacramentum non est nisi quid contractui accessorium ab eoque separabile, ipsumque Sacramentum in una tantum nuptiali benedictione situm est.

E ancora il Concilio di firenze nel decreto pro Armenis: [...] Causa efficiens matrimonii regulariter est mutuus consensus per verba de praesenti expressus.


Insomma, è lo stesso contratto che produce il Matrimonio, cioè il Sacramento.
Il consenso dei coniugi, indipendentemente da ogni benedizione e formula sacerdotale, quindi anche senza di questa, produce il contratto naturale che è Sacramento. Tra contratto e Sacramento non c'è alcuna distinzione.
Il grande Manzoni, da quel grande esperto in dottrina cattolica qual era, ce ne offre un saggio nell'episodio dei Promessi Sposi, allorquando Renzo e Lucia cercano di sorprendere Don Abbondio e sposarsi di sorpresa, facendone un testimone forzato in seguito al Decreto Tametsi del Concilio di Trento che apponeva l'impedimento dirimente della clandestinità.
Con il Decreto Ne Temere, entrato in vigore a Pasqua del 1908 e accolto pienamente nel CIC del 1917, la Chiesa estende universalmente (precedentemente non c'erano i mezzi) i contenuti disciplinari del Tridentino, chiudendo ancora di più le maglie per i Ministri del contratto che erano e restavano unicamente gli sposi.
Infatti, la materia del sacramento del matrimonio è il corpo dei nubendi. Uno lo dona all'altro e riceve in cambio il suo corpo: contratto, compravendita, sinallagma. La forma è l'accettazione di quel contratto: sì!

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Morale e preservativo

La questione la considererei soluta solo a patto di chiarire alcune cose, stimolate da una personale discussione con alcuni studenti di teologia, asserenti la venialità morale dell'uso del preservativo.
Spero di organizzare al meglio quanto mi accingo a confutazione di quella.
Partiamo dalla fornicazione: la fornicazione è la copula consensuale tra due persone non legate da nessun vincolo di parentela, matrimonio, voto o ordine, se non quello precettivo di castità. Questo, per distinguerlo da ben altri casi più specifici, come lo stupro, che non è consensuale.
La copula è l'atto idoneo a generare la prole; può essere perfetta e imperfetta.

La copula perfetta consiste nella penetrazione con inseminazione; la copula imperfetta consiste nella penetrazione ma senza inseminazione.
La nostra attenzione è proprio sulla copula imperfetta, la quale se non procede alla inseminazione o interrotta, non è propriamente fornicazione, ma contatto impuro con orgasmo che può essere in altra parte completato...
Tuttavia, la copula imperfetta nella quale artificialmente si blocca l'effusione del seme, non è una semplice fornicazione (che rientra nei casi dei peccati iuxta naturam), ma onanismo, che differisce in specie essendo un peccato contra naturam. Peggio.
Cosa è l'onanismo? E' la copula attuata in modo tale che dall'effusione del seme non possa seguire la generazione.
Tra i vari mezzi predisposti a questo fine, si deve distinguere in relazione all'atto specifico e alla cooperazione del partner.
a) La copula naturalmente interrotta, ma il disordine morale interviene o durante o dopo: coito interrotto o detersione del "vaso" femminile. La colpa è di una sola parte.
b) La copula porta con sè il disordine morale già dall'inizio: preservativo, diaframma, spirale o pillole. L'atto pertanto è contro natura fin dall'inizio ed entrambe le parti in causa sono cooperanti.
L'onanismo è un attentato al matrimonio, alla dignità del coniuge e al bene della società.
Il Magistero lo dichiara intrinsecus malum, iure naturali prohibitum (Sant'Uffizio, 19 Aprile 1853; Enc. Cast. Con.)

E mi si conceda anche, qualora si insista sulla venialità, di domandare perchè mai Onan riceve la morte in castigo dal Signore per i suoi gravi delitti: introiens ad uxorem fratris sui semen fundebat in terram (Gen 38, 9-10).

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Platone, un cattolico isaitico

Oggi è giornata, ce l'ho con i preti per ragioni intime, ma così intime da dovermi procurare un neutromed per sgrassarmi di loro.
Avessero letto il Platone, già, Platone...Farebbero più bella figura quando aprono bocca questi teologiuzzi dalla perla facile e dal pirla a comando.
Tra ebraismi, esegesi, esegiasi, esegiosi, mi par di essere una capra che ristagna nel prato quando il suo posto è tra le vette.
Sono ignorante, puzzo persino, accompagno qualcuno quando morde tappeti e si rotola tra le ossa; se Cristo si è fermato a Eboli, la mia cronologia si è fermata all'800 e non mi muovo di qui fino a che ritornino a prendermi per tornare a casa.
Platone dicevamo, Platone...
Nel Secondo Libro della Repubblica (non il giornale di Mauro, achtung!) il filosofo della seconda navigazione di cebetica memoria descrive in Times New Roman il profilo del giusto, e per giunta, senza piantar ulivi a Gerusalemme.
"Un uomo semplice e nobile il quale, come dice Eschilo, non voglia sembrare ma essere buono.
Bisogna dunque togliergli l'apparenza della giustizia, giacchè se apparisse giusto avrebbe onori e doni per tale apparenza e non risulterebbe chiaro se sia giusto per amore della giustizia o degli onori o dei doni, perciò va spogliato di tutto. [...]
Abbia egli massima fama di ingiustizia, flagellato, torturato, legato....[...] dopo aver sofferto ogni martirio, sarà crocifisso."
Oddio. Leggiamo Isaia 53, uno dei passi più belli dell'intera Bibbia:
"Disprezzato e reietto dagli uomini,uomo dei dolori che ben conosce il patire,come uno davanti al quale ci si copre la faccia,era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima...[...] Noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato....[...] Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità."
Beata ignoranza, i cui figli pare che vengano allevati proprio nei Seminari e nelle Università Pontificie.

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Chiesa e autorità

Oggi più che mai è entrato in crisi il concetto stesso di autorità: nella politica, nella società civile e financo nella Chiesa, ove preti e Vescovi giocano al centrifughismo esasperato in nome di una mai esistita democrazia parlamentare, frutto senz'altro del malandato Illuminismo, nonchè del suo slogan "tollerante" (beninteso come relativismo, non come cristianamente possiamo intenderlo noi).
Perchè dunque la Chiesa avocherebbe a sè Potestà e Autorità, quando invece dobrebbe proporsi come annunciatrice di Regno e non già come Regno stesso?
Secondo il cattolicesimo enfant (non l'adulto), Chiesa e Regno di Dio si identificano. Il grande (si fa per dire) teologo protestante Auguste Sabatier, padre di ogni modernismo, nega ogni relazione fra la Chiesa e il Regno di Dio, asserendo che Gesù si sarebbe scandalizzato se avesse potuto prevedere tutto quello che gli uomini, nel nome e nell'autorità sua, presentarono al mondo come sua opera e suo pensiero.
Quanto è scientificamente esatto il suo vaticinio di una Chiesa spirituale: per Sabatier, all'apostolato libero e nomade succede il funzionarismo ecclesiastico sedentario, all'unità morale e nata da comunione dello spirito, succede l'unità esteriore e visibile, fondata sull'unità di governo, di riti e di dogmi. Sembra a me già di vedere scorrere nella mia mente schiere e schiere di Vescovi totalmente allineati con questo abito teologico...
Solo che il Sabatier chiama questa ancora teologia protestante (è proprio vero che sia il protestantesimo che l'ebraismo autentici non esistono più). E comunque, a questa teologia protestante, cosa hanno aggiunto di nuovo il modernismo e l'idealismo? Nulla.
San Tommaso interviene a specificare che Regno deriva da reggere, che è atto di provvidenza; perciò si dice che uno ha un regno in quanto ha uomini sotto il suo governo (providentia); dunque il Regno di Dio si dice in due sensi: unione di quelli che vivono nella Fede, e così la Chiesa militante è Regno di Dio a tutti gli effetti; unione di quelli che sono stabiliti nel fine ultimo, e così la Chiesa trionfante si dice Regno di Dio.
Stando al Vangelo, non si può escludere il concetto sociale e storico del regno di Dio. Ma anche nel Vecchio Testamento, Israele è civitas Dei: quando Gesù entra nella storia non corregge questo concetto, non modifica il contenuto essenziale, ma lo allarga, lo innalza purificato. Il Regno di Dio si estenderà ai Gentili e sarà biasimato il popolo giudaico per aver tradito la sua missione storica, strumento eletto per una divina missione mondiale.
I primi Apostoli così si mossero, non certo furono idealisti: S. Paolo ha perseguitato la Chiesa di Dio, S. Pietro nel concilio di Gerusalemme definisce una questione disciplinare e dottrinale, le lettere di S. Ignazio evidenziano il carattere unitario e sociale della Chiesa, S. Clemente nella rivolta di Corinto interviene con una vera e propria enciclica dei tempi nostri.
Ecco dunque l'attacco dei modernisti: la Chiesa di Dio non può e non deve "socializzarsi" e "storicizzarsi". Il criterio della cernita è nella nostra coscienza cristiana, a loro dire. Qui muore proprio la Teologia, poichè ha ragione Mariano Cordovani a dire che la teologia in questo caso si riduce ad una psicologia religiosa.

Ascoltiamo ancora cosa dice il padre di ogni modernismo, Sabatier:
Ciò che salva è la fede, non la credenza; la fede atto del cuore e della volontà, atto essenzialmente morale, per il quale l'uomo accetta il dono e il perdono di Dio; la credenza è atto puramente intellettuale per cui lo spirito dà la sua adesione ad un atto storico e ad una dottrina.
Insomma, a poco a poco, da una pura democrazia si passò alla monarchia assoluta: come il popolo cristiano abdicò nelle mani della gerarchia, così anche l'episcopato ha abdicato nelle mani del Papa. Non solo il Papa è custode della Tradizione, ma il suo creatore, con la sua parola ispirata e la sua decisione infallibile.
Qui davvero c'è il peggio del peggio, tra modernismo e veterocattolicesimo, l'impudicizia dei pensieri sghembi la fa da padrone.
Si cerca di presentare e colorire una fantomatica religione dello spirito, della quale la libertà sarebbe la forma, il vangelo il contenuto.
Ancora Sabatier: il metodo di autorità isola la teologia cattolica dal movimento scientifico generale e la mette nella condizione di non poter definire il suo oggetto particolare e di prendere come oggetto cose che non possono essere conosciute.
Qui si tratta di falsificare la storia e di negare anche l'evidenza, quando si asserisce che nel Vangelo non ci sono questioni dottrinali, che Gesù non ha istituito nessuna autorità docente, quando si considera l'autorità in opposizione alla religione dello spirito.
Il cattolicesimo non sarebbe religione dello spirito? Risposta: studiate bene la storia!
Ecco i germi della anarchia del pensiero che oggi ha il suo imperio proprio nelle maggiori e minori Curie...
A voi il resto delle considerazioni sulla necessità ed efficacia anche salvifica, non meramente disciplinare, della autorità e del governo.

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lunedì 25 febbraio 2008

La Messa tridentina

di don Ivo Cisar

1. Due riti distinti
È sentita la necessità di spiegare la messa c.d. tridentina, dove questa viene celebrata, nelle sue principali differenze dalla messa "nuova", postconciliare, perché non tutti ne percepiscono chiaramente le ragioni. Lo faremo in alcune brevissime puntate distribuite lungo l'arco dell'anno liturgico.
Prima di tutto ricordiamo che la santa messa tradizionale, di rito romano antico, in uso nella Chiesa da secoli, viene celebrata per concessione dei vescovi in base all'indulto pontificio del 3 ottobre 1984 (EV 9,1034-1035), confermato con la lettera motu proprio del Papa Ecclesia Dei del 2 luglio 1988 (EV 11,1197-1205) [in realtà, non è più così dalla recente promulgazione del 7 Luglio 2007 del Motu Proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI che liberalizza il Messale del '62, ndr].
Si tratta di due riti distinti, come esistono nella Chiesa cattolica vari riti (SC 3: EV 1,3-4; can. 2 CIC) nei quali rimane identica la sostanza della santa messa, mentre essi differiscono in vari e molteplici particolari che ne mettono più o meno in luce vari aspetti; è proibita la commistione tra i due riti (EV 9,1035d).
Pertanto non viene messa in dubbio la validità della c.d. "nuova" messa - introdotta sotto il pontificato di Paolo VI nel 1969 con la Costituzione apostolica Missale Romanum (20 ottobre 1969: EV 3,1619-1640), con la decorrenza dal 30 novembre 1969 (ivi, 1621) - a condizione che il sacerdote celebrante abbia l'intenzione (attuale o virtuale) di consacrare.
Non può venir messa in dubbio, quindi, né la legittimità (a certe condizioni) della messa tridentina, né la validità (a certe condizioni) della "nuova messa".


2. La santa messa
La santa messa si può definire come atto supremo del culto di Dio Uno e Trino, mediante il sacrificio redentore di Gesù Cristo compiuto sulla croce, che si rinnova ossia rende presente sull'altare attraverso la ripetizione dell'Ultima Cena, sacramento del sacrificio di Cristo (la santa messa è un sacrificio sacramentale, applicativo).
La sua struttura fondamentale è data dalla c.d. liturgia della parola e dalla liturgia eucaristica che, a sua volta, consta di due parti: il sacrificio e la santa comunione. Essenziale è il sacrificio, nel quale mediante la consacrazione separata del pane e del vino si rinnova l'offerta al Padre del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo: uno e identico ne è il sacerdote principale, una e identica la vittima, Gesù Cristo, soltanto il modo di fare l'offerta è differente, cruento sulla croce, incruento sull'altare (Pio XII, Enciclica Mediator Dei, II 1: EE 6,493-494). Esso si rinnova perché la Chiesa si unisca al sacrificio del suo Capo e s'inserisca in esso, partecipandovi, al fine di trarne i frutti salvifici. A tal fine è necessaria una partecipazione spirituale dei fedeli (cfr. ivi, 506-528), non è necessaria, invece, la santa comunione che è una parte integrante del sacrificio ed è obbligatoria soltanto per il sacerdote celebrante. Non è necessaria la presenza dei fedeli alla celebrazione, perché la santa messa è sempre un atto pubblico, a favore di tutta la Chiesa.

3. Le principali differenze
Da quanto detto sulla struttura fondamentale della santa messa, sacrificio sacramentale di quello della croce, risultano le principali differenze tra la messa tridentina e quella "nuova", assieme alle finalità della santa messa, ossia tra quello che la messa è e quello che la messa non è:
difatti, il fine della liturgia non è quello di costituire un'assemblea, di fare uno spettacolo, di fare una "festa", di celebrare una semplice cena.
Ora, nella nuova messa si riscontrano alcune accentuazioni che potrebbero far travisare le finalità essenziali della santa messa:
1) nella "nuova messa" è accentuato l'aspetto di azione della Chiesa (intesa come?): il sacerdote celebrante in parecchi momenti si confonde in un certo qual modo con i fedeli (come risulterà meglio ancora); ma la santa messa non un'assemblea;
2) nella "nuova messa" è accentuata la liturgia della parola, comprese le varie "didascalie", quindi l'aspetto didattico (anche se l'omelia è spesso impoverita); ma la messa non uno spettacolo, e tanto meno TV (?).
3) nella "nuova messa" è ridotto l'aspetto sacrificale (un offertorio quasi inesistente, le preci eucaristiche più brevi e scarne); ma la messa non è (solo) una "festa" (l'accento posto sulla gioia della risurrezione);
4) nella "nuova messa" è accentuato l'aspetto conviviale (già nell'Offertorio): ma la messa non è una cena (soltanto), come per i protestanti.


4. Il sacrificio eucaristico
Il sacrificio che è la parte centrale e del tutto essenziale della santa messa, sacrificio sacramentale, perché riferito a quello della croce, è atto supremo di culto divino, al fine di lodare e ringraziare Dio, dal quale riceviamo tutto (Es 22,29; 33,5.21; Lv 23,10; Pr 3,9).
Il sacrificio, dopo il peccato, ha anche una finalità propiziatoria, di riconciliazione con Dio (cfr. 2Cor 5,19), mediante l'atto supremo di obbedienza di Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini (1Tm 2,5), obbedienza fino alla morte di croce (Fil 2,8), per soddisfare (più che per "espiare", ma vedi anche 1Gv 2,2) per i nostri peccati, in quanto il peccato è disobbedienza (cfr. Rm 5,19).
Conseguentemente, il sacrificio eucaristico è anche un sacrificio di impetrazione di tutte le grazie necessarie per la nostra salvezza (cfr. Rm 8,32), di impetrazione per i vivi e i defunti, per la Chiesa e per tutto il mondo, in particolare per chi viene celebrata la messa, per chi la celebra, per chi vi partecipa ("assiste").
Ne risulta l'assoluta necessità della santa messa per la salvezza eterna, in quanto in essa si rinnova e rende presente il sacrificio redentore di Gesù Cristo. La sua obbligatorietà scaturisce dalla virtù della religione (giustizia verso Dio) e dal suo valore salvifico del tutto fondamentale.


5. Un solo sacerdote
Il sacrificio della croce, e quindi quello sacramentale, per anticipazione, dell'Ultima Cena, e quello sacramentale "per commemorazione" (nel senso forte della parola) dell'eucaristia ("rendimento di grazie"), è compiuto dall'unico ed eterno Sommo Sacerdote, Gesù Cristo (Eb 7,24; 9,26).
Nella messa tridentina, celebrata da un solo sacerdote, risalta chiaramente questo aspetto cristologico della santa messa. Il sacerdote è mediatore tra Dio e gli uomini, ministro di Cristo: è lui che offre i doni (vittima), che consacra, che compie il sacrificio; solo grazie alla sua azione il sacerdozio, essenzialmente distinto (LG 10b: EV 1,312), viene attuato ed esercitato ed è reso efficace.
Pertanto, il Canone (romano) è la preghiera esclusivamente sacerdotale e viene recitato, per la maggior parte, a bassa voce, eccetto il canto (o recita ad alta voce) del Prefazio e del Pater noster.
La concelebrazione, limitata dal Concilio Vaticano II ad alcuni casi e che non può venire mai imposta ai singoli sacerdoti (SC 57: EV 1, 97-106; can. 902 CIC), non aiuta a percepire l'unicità del sacerdote il quale non è mai soltanto un "presidente" (dell'assemblea). Essa fa risaltare l'unicità del sacerdozio intorno al Vescovo, specialmente il Giovedì santo, ma non deve diventare una comoda abitudine che peraltro priva i fedeli del beneficio della santa messa distribuita in più luoghi e orari.


6. L'altare
Il sacerdote non si pone "contro" i fedeli, chiudendosi in un cerchio (cfr. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia³, Cinisello Balsamo, 2001, p. 76), ma sta a capo del "popolo di Dio", quale condottiero, e con esso si rivolge a Dio, verso l'oriente, verso l'altare, il quale non deve essere mai una tavola (per una specie di Cena di tipo protestante) e che non è prescritta, resa obbligatoria, anzi, la duplicità di "altari" dovuti a quelli posticci deve col tempo scomparire (cfr. doc. sulla riforma liturgica del 25 gennaio 1966: EV 2,610).
Sull'altare deve essere collocato un crocifisso, perché vi si rinnova il sacrificio della croce; vi si trova, in mezzo, il tabernacolo, sede di Cristo, presente realmente sotto le specie eucaristiche e la cui presenza, prodotta dalla transustanziazione avvenuta nella consacrazione, è durevole; vi sono i candelieri con le candele per significare la presenza di Cristo, "luce del mondo" (Gv 8,12; Lc 2,32; 1,78); nella sua pietra si conservano le reliquie dei santi, nostri intercessori presso Dio (Canone romano), con i quali siamo uniti nella grande comunione dei santi e della liturgia celeste (cfr. Ap 6,9).
L'altare, con il ministero del sacerdote (cfr. 1Cor 4,1), rende la Chiesa aperta verso il mistero redentivo di Cristo e verso la patria celeste (Fil 3,20), verso la quale il popolo di Dio è incamminato.


7. Il latino e la partecipazione
Il latino è la caratteristica della messa tridentina, che più risalta. Anche la "nuova messa" si può celebrare in latino, ma resta un rito distinto. La lingua latina che il Concilio Vaticano II ha deciso di conservare (SC 36; can. 928 CIC) è una lingua sacra, precisa garanzia dell'ortodossia e della universalità o cattolicità della Chiesa, dell'immutabilità del dogma (cfr. Eb 13,8-9), compromessa dalle molteplici e non sempre felici traduzioni, peraltro bisognose di continui aggiornamenti.
Già si è detto che il canone è una preghiera esclusivamente sacerdotale che viene recitata dal sacerdote per la maggior parte a bassa voce. Per partecipare "attivamente", cioè spiritualmente, alla santa messa, la cui prima parte, la c.d. liturgia della parola (letture, omelia) è pienamente "comprensibile" perché svolta in lingua volgare, non è necessario capire materialmente ogni singola parola. Della liturgia bisogna afferrare lo spirito, la sostanza che è quella di un mistero ossia evento salvifico della redenzione dai peccati, operata da Cristo, di cui dobbiamo appropriarci, e quindi della salvezza finale.
Si può ricorrere a un paragone tratto dall'opera: anche in essa non sempre vengono percepite e capite le singole parole, ma se ne capisce l'essenza, la sostanza dell'azione o l'azione complessiva, e se ne percepisce la bellezza. La parole a volte possono disturbare; è necessario anche e soprattutto il silenzio (esteriore). E come il sacerdote si serve del messale, così possono fare i fedeli (con l'ausilio dei messalini o dei foglietti, come per il libretto dell'opera).


8. Il sacerdote e i fedeli
Mentre nella "nuova messa" le parti del sacerdote celebrante e del popolo dei fedeli spesso si confondono, nella messa tradizionale esse rimangono distinte, in ossequio al principio che la messa è l'atto di Cristo che lo compie mediante il ministero del sacerdote.
Rimangono distinti il Confiteor ai piedi dell'altare, l'Agnus Dei, il Domine non sum dignus; la distinzione tra il sacerdote-mediatore e i fedeli ricorre anche nel Canone, almeno tre volte: l'adorazione del santissimo Sacramento dopo la consacrazione è doppia, distinta; è separato il canto o la recita del Pater noster, pronunciato dal solo sacerdote, anche se a nome di tutta la Chiesa; ritorna spesso la distinzione nella seconda persona plurale quando il sacerdote si rivolge ai fedeli, come nei frequenti Dominus vobiscum - segno ed espressione dell'unione di Cristo con i fedeli e insieme l'esortazione al raccoglimento alla presenza di Cristo; non si dà luogo ad abusi e travisamenti come quando oggi alcuni sacerdoti si esprimono nella prima persona plurale, non consentito neppure dalla nuova liturgia, come: "questo nostro sacrificio", "lavaci, purificaci"; "ci custodisca"; "ci benedica"; un abuso analogo a quello di trasporre all'indicativo quel che è all'imperativo, meglio sarebbe dire "implorativo": "Dio ha misericordia di noi, ci perdona i nostri peccati ecc.", invece di "Dio abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati ecc." - è una preghiera di intercessione richiesta alla fine del Confiteor.


9. Profonda umiltà
Tutta la messa tradizionale è pervasa da un afflato di profonda umiltà, insegnataci da Gesù nella parabola del superbo fariseo e dell'umile pubblicano (Lc 18,9-14): così nelle preghiere ai piedi dell'altare, prima di salire verso di esso; così in tutte le orazioni in cui non vengono evitate espressioni eliminate dalla nuova liturgia perché suonerebbero offensive al delicato orecchio dell'odierno cristiano che si ritiene maturo, adulto, come: peccato, riparazione, inferno, le insidie del male, avversità, nemici, tribolazioni, afflizioni, infermità dell'anima, durezza del cuore, concupiscenza, indegnità, tentazione, cattivi pensieri, gravi offese, perdita del cielo, morte eterna, punizione eterna, frutti proibiti, colpa, eterno riposo, vera fede, meriti, intercessione, comunione dei santi ecc., al posto delle quali oggi si vuole sentire solo gioia, festa ed espressioni anche di tipo sociale o terrestre o vago, come senso cristiano della vita, guarigione dagli egoismi, conforto della protezione divina, coerenza di vita, spirito rinnovato, tua amicizia (con Dio), servizio dei fratelli, fraternità e pace, mondo più umano e giusto, impegno al servizio del prossimo, desiderio di intesa e di collaborazione, messaggio di bontà e di gioia, impegno civile, progresso nella libertà e nella pace, e così via (cfr. Bianchi, Liturgia: memoria o istruzioni per l'uso? Studi sulla trasformazione della lingua dei testi liturgici nell'attuazione della riforma, Casale Monferrato, 2002). Le orazioni tradizionali latine sono, inoltre, molto concise e profonde nella loro semplicità, quindi pregnanti, e invitano alla riflessione.


10. Ricchezza e bellezza
La messa tridentina non solo non pecca di eccessiva brevità, ma è anche ricca nei suoi vari elementi. La nuova messa risulta accorciata di circa un terzo ed sproporzionata tra una liturgia della parola a volte eccessivamente lunga, pur essendo le omelie oggi assai ridotte, e la liturgia eucaristica, specialmente quando viene usata, come accade di preferenza, la Prece eucaristica seconda. Ma la nuova messa è anche povera rispetto a quella tradizionale dove abbondano le orazioni che possono essere anche doppie o triple, le bellissime sequenze, ispirate dalla sacra scrittura, come Dies irae, Stabat mater, Veni Sancte Spiritus, Lauda Sion Salvatorem, Victimae paschali laudes, ecc. È ricca di feste di santi, di colori, di paramenti, nelle chiese architettonicamente e artisticamente belle che favoriscono il raccoglimento e l'orazione quale elevazione della mente a Dio, nella partecipazione alla perenne liturgia celeste, con frequenti invocazioni degli angeli e dei santi, anche nello stesso canone romano. Nella messa tridentina si sente la traccia della bellezza di Dio e del suo regno celeste. Anche grazie al suono dell'organo e al canto gregoriano, entrambi raccomandati dal Concilio Vaticano II (SC 116,120). Dio è Verità, Bontà e Bellezza e la liturgia deve riflettere tali sue proprietà che illuminano la nostra esistenza. Il Santo Padre, nella carechesi del 26 febbraio 2003, ha insistito sulla necessità della bellezza nella liturgia e nei canti e nella musica sacra, invitando la Chiesa a farne oggetto di un esame di coscienza.


11. Le letture
Il Concilio Vaticano II aveva raccomandato una maggiore ricchezza biblica nella messa, letture più abbondanti, in modo che in un determinato numero di anni si legga al popolo la parte migliore della sacra scrittura (SC 51). Sono nati così dei cicli triennali di letture bibliche che comprendono anche quelle tratte dall'Antico Testamento; nelle domeniche e nelle feste si hanno tre letture, delle quali la prima è presa dal Vecchio Testamento.
A questo proposito bisogna dire che le scelte dei brani scritturistici non sono sempre felici né con tagli appropriati e che specialmente le letture dell'Antico Testamento non sono sempre ben comprensibili. Inoltre, per parola di Dio non è intendersi soltanto la sacra scrittura o la Bibbia, bensì anche e in primo luogo la predicazione della Chiesa (cfr. 1Ts 2,13), nella quale l'omelia non consiste soltanto nel commentare la Bibbia come per i protestanti. Quel che deve essere esauriente è questa predicazione che deve esporre gli argomenti principali del Credo, dei sacramenti, della morale cristiana e della preghiera cristiana, come si ha nei catechismi (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica), mentre un limitarsi ai temi immediatamente proposti (quando vengono colti) dalle letture bibliche risulta a volte dispersivo e incompleto, con il danno di una minore fissazione nella memoria dei punti principali o capitali della dottrina cattolica (cfr. R. Amerio, Iota unum, Milamo-Napoli, Ricciardi, 1985, p. 541). A voler dare un panorama completo (non lo sarà mai) della sacra scrittura ci si imbatte anche in brani poveri di contenuto o ripetitivi, mentre nella messa tridentina le letture bibliche, specialmente in certi tempi, come quello della Quaresima, sono più ampie.


12. L'Offertorio sacrificale
La parte più ridotta della "nuova messa" rispetto a quella precedente è l'Offertorio, nel quale iniziava il sacrificio con la presentazione a Dio dei doni sacrificali da parte della Chiesa; questi doni passavano nella sfera divina e il sacrificio veniva compiuto mediante la transustanziazione, ossia mediante il cambiamento del pane e del vino in Corpo e Sangue di Gesù Cristo; in tale maniera il sacrificio da parte della Chiesa viene a identificarsi con quello del nostro Signore, diventa tutt'uno con questo e acquista la sua efficacia. Oggi, invece, nella "nuova messa" l'Offertorio è stato sostituito con una specie di benedizione della tavola, di tipo ebraico, quasi fosse soltanto un preludio alla Cena, sulla quale oggi si pone un accento esagerato quasi nella messa fosse obbligatoria per tutti e sempre la santa comunione eucaristica. Questa è, però, soltanto un elemento integrante, obbligatorio per il solo sacerdote, mentre ai fedeli è vivamente raccomandata, ma sempre a certe condizioni, tra le quali al primo posto quella dello stato di grazia. Oggi, invece, si hanno comunioni di massa, in piedi, anche sulla mano, di molte persone che non si trovano in stato di grazia, ma commettono un sacrilegio. La messa non è soltanto o principalmente una Cena, di tipo protestante.


13. La conclusione
A conclusione della messa tridentina si ha la lettura del c.d. "ultimo Vangelo", di solito tratto dal prologo del vangelo secondo san Giovanni, che serve a elevare potentemente l'animo verso il mistero di Dio Uno e Trino e del Verbo Incarnato, offerto, sacrificatosi per noi e donatosi a noi nella santa messa, di modo che esso serve di primo ringraziamento. Nelle messe c.d. lette seguono anche le preghiere, di nuovo ai piedi dell'altare, in ginocchio, per la libertà e l'esaltazione della santa Madre Chiesa e contro il demonio che insidia le anime e la loro salvezza eterna, prescritte dal grande pontefice Leone XIII. La loro necessità risulta sempre più chiara dallo svolgersi della storia contemporanea.
Nelle sagrestie si trovavano nel passato delle tabelle con una serie di preghiere, fatte di salmi e di altre composte dai santi, che servivano di preparazione e di ringraziamento al sacerdote celebrante, comprese le intenzioni di consacrare e di applicare il sacrificio eucaristico; la preparazione e il ringraziamento sono prescritti tuttora ai sacerdoti (can. 909 CIC) e servono di esempio anche ai fedeli; i ritardi nell'arrivare alla santa messa e la dissipazione subito alla fine compromettono i suoi frutti spirituali.


14. Riti e simboli
Nelle messe solenni il sacerdote celebrante viene assistito dal diacono e dal “suddiacono” (ordine maggiore non più esistente, ma ne rimangono le funzioni nella santa messa solenne); questi, tra l'altro, cantano il Vangelo e l'Epistola. Si usa anche l'incenso, per incensare i doni sacrificali, l'altare e le persone. L'incenso simboleggia il sacrificio perfetto, quello dell'olocausto, in cui veniva bruciata la vittima (offerta a Dio) e ne saliva verso Dio il fumo; vengono incensate anche le persone (del celebrante, degli assistenti, dei fedeli), in quanto si offrono a Dio come vittime spirituali in odorem suavitatis (Gn 8,21; Ef 5,2); anche le orazioni dei santi vengono considerate come profumi che salgono verso Dio (Ap 5,8), come pure le virtù dei cristiani (2Cor 2,15; cfr. Gv 2,3).
Una caratteristica tipica della messa tridentina è il massimo rispetto verso il SS.mo sacrificio e il SS.mo Sacramento dell'altare; ciò si manifesta nelle frequenti genuflessioni e nella massima cura dei frammenti eucaristici secondo il precetto del Signore: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto” (Gv 6,12), poiché anche nel minimo frammento eucaristico è presente il Corpo Ss.mo del divin Redentore.
Il bacio dell'altare che rappresenta Cristo è il bacio riverente in segno di adorazione (cfr. Mt 28,9; Gv 20,17) e di comunione con Gesù.
Il tabernacolo occupa il posto centrale ed elevato, quale si addice al trono di Dio.


15. Un recupero pastorale
Se ci domandiamo, a questo punto, perché la gente si è allontanata dalla santa messa, possiamo ritenere che il motivo ne è la sua banalizzazione come risulta da quanto esposto fin qui. Manca anche il senso di Dio (la fede), il senso del peccato (il pentimento), il senso della redenzione (la ricerca della grazia); per colpa anche di una predicazione monca, difettosa, a volte da "falsi profeti" che addormentano le coscienze, tentando di parlare solo "al positivo", solo di feste, gioia, risurrezione, trascurando la realtà del peccato, la necessità della redenzione, il rinnovamento del sacrificio della croce sull'altare. Non si insiste più abbastanza sull'obbligo della santa messa (vedi invece il can. 1247 CIC), né sulle disposizioni necessarie per parteciparvi (cfr. CCC 1387). C'è un grande rilassamento nella morale cristiana e nelle celebrazioni liturgiche. Le chiese sono diventate spesso musei, pinacoteche, sale da concerto. Le modalità con cui vengono celebrati i sacramenti, in particolare i matrimoni, ne degradano la sacralità. C'è poco silenzio e raccoglimento nelle chiese, anche durante o prima o dopo la santa messa.
In tutto ciò prevale lo spirito dei tempi che è uno spirito antropocentrico: al centro di tutto è posto l'uomo, la "comunità".
La messa tridentina, invece, favorisce il ricupero del senso di Dio, del sacro, tributando il retto culto a Dio e arricchendo lo spirito umano di grazia divina, di bellezza, quindi di felicità.

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Il Cristianesimo è un movimento giudaico?

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La ricorrente solfa, che pare blandire pure insospettabili lembi di cotanto presunto tradizionalismo, è che il cristianesimo sia un movimento giudaico, fondato sul regno messianico, che un cambiamento rapido e importante poi fece invece una religione accettabile per il mondo greco-romano e per l’umanità intera.
Sembrerebbe che ad imprimere questa svolta siano stati San Paolo, San Giovanni, San Giustino, Sant’Ireneo ed Origene.
Non fa difetto a questa interpretazione del fatto cristiano, il considerare naturalisticamente Cristo di origine puramente umana, è evidente. Infatti, considerandolo come un semplice mortale (Augias-Pesce), che vivendo col suo tempo e conoscendo perfettamente i difetti e i pregiudizi del suo popolo, desidera sollevarne le condizioni morali e si sforza di procurare loro un religioso rinnovamento, non si fa altro che avvalorare la tesi del “prolungamento” giudaico che sarebbe il cristianesimo, una sua sofisticazione.
San paolo avrebbe nei fatti creato la dottrina della preesistenza del Messia e formulato la teoria della redenzione. E il contatto con l’ellenismo dà motivo a San Giovanni di elaborare la sua dottrina del Verbo. Ciò che poi avevano iniziato gli Apostoli fu completato mediante le dottrine dei Padri della Chiesa del II e III secolo, imbevuti di filosofia platonica (Giustino, Ireneo, Origene); imbevuti di ellenismo, crearono il dogma cristologico. Ecco che si ottiene e si sforna la paccottiglia cristiana.
Si tratterebbe allora di dimostrare che la dottrina cristiana non trae origine dal giudaismo, coll’evidenziare che alcunché di nuovo fu aggiunto dalla Chiesa al contenuto di essa.

Usiamo un metodo infallibile: aggrediamo la tesi del coacervo di culture, secondo cui le speranze messianiche, frammiste alla mitologia pagana e alla filosofia greca, dovevano necessariamente produrre la religione cristiana; e che il giudaismo non è solo stato al cristianesimo di preparazione, ma lo avrebbe proprio procreato.
Basti considerare il solo mistero della Santissima Trinità per provare come la nuova rivelazione si elevi molto al di sopra del giudaismo. Non poche altre cose giudaiche, ad esempio il matrimonio, non potrebbero reggere il confronto con quelle insegnate da Cristo. Il cristianesimo non deve affatto alla cultura del tempo la sua origine e il suo sviluppo. Fu soltanto conseguenza e divina opera esclusiva di Cristo stesso.
Il fantasma del cristianesimo giudaico rappresentato da Pietro, cui si opporrebbe quello romano di Paolo, è alquanto evaporato. Secondo l’indole e lo scopo dei loro scritti comincia ad apparire innanzitutto presso S. Giovanni la figura divina di Cristo; presso San Pietro l’umana, quele tipo della sua vita santa; presso S. Paolo la pienezza del Redentore Dio-Uomo.
Paolo accentua la fede, Giovanni l’amore, Pietro la speranza; ma tutti non fanno che insegnare la dottrina che ricevettero da Cristo stesso, il cui divino contenuto era universale. Fu dunque la universalità del cristianesimo, come appare dalla prima predica di San Pietro alla Pentecoste, il mezzo per cui fu conquistato il mondo. Fu per questa sua specialità posseduta sin da principio di sua propria natura e di sua prerogativa di fronte al giudaismo particolareggiante e di fronte a tutte le altre religioni del mondo, che potè compiere ciò.
La Rivelazione contiene certe verità che la ragione naturale può comprendere, ma ne contiene altre che resteranno sempre segrete alla semplice natura umana. Gli attacchi dei dotti pagani e il bisogno che si sentiva di approfondire maggiormente il contenuto dottrinale della rivelazione, fecero sì che lo si sviluppasse scientificamente e lo si riconducesse a sistema. Nel fare questo lavoro intellettuale si dovette naturalmente tener conto di ciò che il mondo possedeva, quali elementi istruttivi, concetti e terminologia. E questo proveniva in gran parte dal mondo greco.
La connessione del cristianesimo con la filosofia greca era una fase dello sviluppo interno, fondata sulla natura delle cose. Il compito, l’obiettivo era creare un sistema dottrinale completo con i singoli detti di Cristo e le espressioni degli Apostoli, e di farlo pervenire ad un maggiore svolgimento ed a una forma più ordinata.
Non a caso, fuori della Chiesa, la comunanza del cristianesimo con la filosofia greca conduceva alle eresie.
Viceversa, sotto la direzione della Chiesa, essa era il ricettacolo, potremmo dire, nel quale la sostanza della dottrina cristiana trovava un’espressione che meglio si confaceva a quei tempi. Questo cristianesimo relativo alla seconda Corinzi 2,17, era secondo il contenuto sempre lo stesso.
Quando dunque si viene a parlare dello sviluppo della dottrina cristiana come se il contenuto o la natura di essa si fosse andata sviluppando gradualmente, tale affermazione non è storicamente falsa, ma contiene altresì una negazione della divinità sia di Cristo che del Cristianesimo.

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domenica 24 febbraio 2008

Limbo

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E' dogma di fede che i morti senza battesimo non conseguono la vita eterna nel regno dei Cieli, cioè la vita di Grazia e di Gloria, ossia la soprannaturale visione beatifica di Dio; ma bensì conseguono la dannazione eterna, per cui sono in eterno esclusi dal Regno dei Cieli.
Questa verità fu proclamata dal Concilio di Lione e dopo dal Concilio di Firenze con queste parole:

Credimus illorum animas, qui in mortali peccato, vel solo originali, decedunt, mox in Infernum descendere, poenis tamen disparibus puniendas.

Gli Agostiniani insegnano che la dannazione eterna importa per i bambini sia il dolore della privazione della visione beatifica, sia la pena del senso anche se mite.
S. Agostino a ciò dice:

Mitissima sane omnium poena erit illorum, qui praeter peccatum, quod originali traxerunt, nullum insuper addiderunt.

Opinione peraltro seguita anche da altri.
Al contrario i Tomisti, seguendo i Padri Greci, S. Bernardo, S. Bonaventura, Duns Scoto e S. Tommaso, insegnano che non patiscono nessuna pena del senso.
S. Tommaso la dimostra in questo modo (sintetizzando): la pena deve essere proporzionata alla colpa. Ora, nel peccato attuale si trovano due malizie: l'una è l'avversione a Dio; l'altra è la conversione al bene commutabile, cioè la creatura.
Per la prima malizia, si deve al peccatore la privazione della visione beatifica di Dio; per la seconda, ad esso si deve la pena del senso.
Sentiamolo dalla sua bocca:

Poena proportionatur culpae; et ideo peccato actuali mortali, in quo invenitur aversioab incommutabili bono, et conversio ad bonum commutabile, debetur et poena damni, scilicet carentia visionis divinae, respondes avversioni; et poena sensus, respondens conversioni.

Ma nel peccato originale non est conversio, sed sola aversio.
Quindi giungiamo a definire che non soffrono della pena del senso; insomma, non si punisce mai uno per essere egli abituato al furto, osia solo per averne l'abitudine, ma perchè commette l'atto di rubare.
Ma i Tomisti si spingono anche oltre: i bambini morti senza il lavacro sacramentale non patiscono nessuna privazione della visione beatifica.
Affinchè uno patisca per la perdita di un bene, sono necessarie due cose:
1) che egli conosca quel bene, di cui è rimasto privo;
2) che egli sappia che quel bene gli era destinato.
I bambini morti senza battesimo, secondo il Tomismo, non conoscono, ma ignorano completamnente il bene della visione beatifica: ignorano cioè che questa sia possibile all'uomo e, di conseguenza, che questo bene fosse stato da Dio destinato all'uomo in termine.

  • Non potrebbero certo coll'uso della ragione, giacchè questa per natura è impossibile che ricavi la cognizione di verità e cose soprannaturali.
  • Non per mezzo di Rivelazione, giacchè questa è inutile se non serve più per far conoscere a loro un bene possibile a ottenersi.
  • Vogliamo forse supporre che Dio faccia ad essi la Rivelazione di un bene solo per il fine di procurare ad essi dolore per non poterlo conseguire?
1) Il fine della Rivelazione non è quello di punire, ma di far conoscere un bene soprannaturale.
2) La Rivelazione, imponendo all'uomo di credere a verità soprannaturali, suppone nell'uomo una virtù soprannaturale, in esso infusa o dalla grazia attuale o dal Battesimo.

Domanda (seguo sempre la Tradizione e i Tomismo):
i bambini mancando della virtù sopèrannaturale per credere alla rivelazione, mancando dell'abito di fede, perchè essi non hanno ricevuto il Battesimo, nè a loro Dio ha concesso grazia attuale essendo loro in termine; ebbene, per quale arzigogolo teologico o dottrinale andrebbero in Paradiso?
Resta anche il fatto che mancando di ogni cognizione, i bambini morti senza battesimo non hanno nemmeno cognizione del loro stato misero, in relazione allo stato dei Beati.

S. Tommaso: Animae puerorum naturali quidem cognitione non carent, qualis debetur animae separatae seciundum suam naturam; sed carent supernaturali cognitione, quae hic in nobis per fidem plantatur; eo quod nec hic (presente vita, ndr)
fidem habuerunt in actu, nec sacramentum fidei susceperunt.

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sabato 23 febbraio 2008

Il vincolo del Matrimonio

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Oggi come mai, è sempre meno chiaro il senso e il perché di un Matrimonio. E ancor meno perché lo Stato sarebbe interessato a questo tipo di negozio familiare.
Procedo per gradi.
Ci sono vari modi di intendere l’essenza del Matrimonio: 1) l’essenza consiste nel mutuo consenso dei contraenti espresso con parole o segni visibile; 2) l’essenza consiste nell’uso dello stesso, ossia nella copula coniugale; 3) l’essenza consiste nel legame e vincolo spirituale.
La prima non può ammettersi, giacchè il consenso è passeggero, è un atto transitorio, oggi c’è domani forse no; e invece il Matrimonio richiede uno stato permanente, continuo. Piuttosto il consenso è la causa del Matrimonio, ma non è la sua essenza: i tomisti direbbero che la causa producente l’effetto non è l’essenza dell’effetto stesso.
Nemmeno la seconda può ammettersi, giacchè l’uso del coniuge e il diritto ad essere “arbitro dell’altrui corpo” (S. Paolo) non è altro che una conseguenza derivante dall’essenza stessa del matrimonio, ma non è l’essenza. La quale dunque è da ricercare ancora altrove.
Non resta che la terza, poichè il legame o vincolo spirituale nasce dal consenso e produce il diritto all’uso del coniuge, ed è continuo e permanente.
Questo è dimostrato dal fatto che la Chiesa ha sempre ritenuto valido il Matrimonio tra la Vergine Maria e S. Giuseppe, nonostante fosse mai intervenuto l’uso del Matrimonio stesso.
A proposito, la Chiesa ha sempre ritenuto legittimo l’uso del coniuge, è di Fede: S. Agostino prova ciò non solo con la Scrittura (Gen 1,28 et 1Cor 7,3), ma anche con la presenza stessa di Gesù a Cana.
Il Matrimonio fu istituito quale Sacramento da Cristo stesso, e la tesi è di Fede, così definita dal concilio di Trento:

Si quis dixerit matrimonium non esse vere et proprie unum ex septem Legis evangelicae sacramentis a Christo Domino istitutum, seda b ho minibus inventum, neque gratiam conferre: anatema sit! (Sessione 24, Can. 1)
Leggendo il capitolo 11 del vangelo giovanneo, capiamo alcune cose: 1) che Gesù con la Sua presenza dimostrò tali nozze essere oneste e lecite; 2) fu allora che Cristo innalzò il matrimonio alla dignità sacramentale. A tal proposito, stupendo è il commento di S. Epifanio all’episodio, dicendo che Cristo intervenne alle nozze di Cana ut quod deerat, emendaret; ac iucundissimi vini suavitate mulceret et gratia: cioè, intervenne alle nozze per correggere , ossia per aggiungere quod deerat, quello che mancava, fino allora, alle nozze; per aggiungere la Grazia al contratto di nozze. E ancora, per addolcire, alleggerire il peso dello stato coniugale con la Grazia, simile alla dolcezza del vino.
Non c’è dubbio alcuno che nella Chiesa, sia greca che latina, in tutti i secoli e in tutti i luoghi, si è sempre considerato e praticato il Matrimonio come un vero e proprio Sacramento producente la Grazia. Appare chiaro dai libri rituali e sacramentali, che fra i sette Sacramenti annoverano sempre il Matrimonio; dal Concilio di Firenze, che nel decreto pro Armenis dichiara di considerare il Matrimonio quale Sacramento settimo.

Restando puramente e doverosamente in ambito cattolico, è da dirsi che nel Matrimonio non vi è nessuna distinzione fra contratto naturale e Sacramento. Soprattutto nell’Ottocento, così caro alla sinistra libertaria e neorisorgimentale, alcuni giuristi, volendo sottomettere il Matrimonio alla potestà laica (ricordo che ciò è avvenuta per opera del governo sabaudo) e sottrarlo alla potestà ecclesiastica, proponendo il matrimonio civile, insegnavano la separabilità del contratto dal sacramento: ne traevano la conseguenza che il matrimonio civile era vero contratto naturale, vero e onesto matrimonio. Il Matrimonio rischiava dunque di sottrarsi alla giurisdizione della Chiesa e sottoporsi, nella sua sostanza, alla giurisdizione della potestà civile, con conseguente dissacrazione, laicizzazione del principio e origine della famiglia, per poi procedere alla naturalizzazione della stessa e della società di cui essa è nucleo primo. Operazione strategica, senza dubbio.
Ma la tesi contraria è di Fede, avendo Papa Pio IX nella allocuzione del 27 Settembre 1852 stabilito che nessun cattolico ignora o può ignorare che il Matrimonio è vero Sacramento da Cristo istituito e che non vi sono più matrimoni.
V’è poi la Proposizione 66 del Sillabo, condannata sempre dallo stesso Pontefice.
Quindi, ed è di Fede anche questo, nonché sancito nello stesso decreto di Eugenio IV pro Armenis del Concilio di Firenze, il mutuo consenso è la causa che produce il Matrimonio, ossia il contratto di Matrimonio, dunque il Sacramento stesso (poiché coincidono). Il consenso dei coniugi, indipendentemente da ogni benedizione sacerdotale, produce il contratto naturale che è il Sacramento; il contratto è diventato produttore di Grazia, cioè sacramento; il contratto è lo stesso Sacramento: quindi fra contratto e sacramento non vi è nessuna distinzione di sorta.
Il Concilio di Trento, nel Proemio sul Matrimonio, paragona il Matrimonio nella Nuova Legge, cioè nella Chiesa di cristo, con il Matrimonio nella Legge Antica, di Mosè; è cioè un paragone di due contratti, l’uno nella Chiesa, l’altro nella Sinagoga. Ma dice che il primo è superiore in eccellenza, in dignità al secondo. Perché? Per motivo della Grazia, la quale, per mezzo di Cristo, il primo conferisce, mentre il secondo non la conferiva.

Qui mi fermerei per venire un po’ a oggi e trovare corrispondenze normative.
Il Matrimonio come contratto è così stesso contemplato dal Canone 1055: §1. Il patto matrimoniale con cui l'uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita …
In questa direzione pure il Canone 1057: § 1. L'atto che costituisce il matrimonio è il consenso delle parti manifestato legittimamente tra persone giuridicamente abili; esso non può essere supplito da nessuna potestà umana.
A confermare l’essenza del Matrimonio di cui parlavo più su, la sua definitività, ancora il canone 1057: - § 2 Il consenso matrimoniale è l'atto della volontà con cui l'uomo e la donna, con patto irrevocabile, danno e accettano reciprocamente se stessi per costituire il matrimonio.
Il Matrimonio è vero contratto, quindi; produce la essenza nel vincolo spirituale permanente; dispone i seguenti fini: Il patto matrimoniale con cui l'uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole (Can. 1055 - §1).
Proprietà essenziali al raggiungimento dei quali sono l’unità e l’indissolubilità.
L’unità del Matrimonio consiste nel fatto che un solo uomo abbia per moglie una sola donna nel tempo stesso, e così una sola donna abbia per marito un solo uomo nel tempo stesso. I riformatori (si fa per dire) del XVI secolo sostennero che la poligamia era lecita, almeno in caso di necessità. Il Concilio di Trento condannò tale tesi nella Sessione 24, Can.2.
Cornelio A Lapide spende molte righe nei suoi Commentaria per interpretare e spiegare il capitolo 10 di Marco, dalla cui retta lettura si ricavano frutti di chiarificazione. Si chiede a Gesù se ripudiando una donna, il marito di quella possa contrarre licite et valide Matrimonio con altra donna. Nella Sua risposta, Cristo cita il Matrimonio istituito tra i primi Padri, Adamo ed Eva nell’Eden; dimostra, cioè, che il Matrimonio, in origine, per istituzione di Dio, doveva essere tale, che due fossero in una sola carne, che due costituissero come un solo individuo, quindi, che due soltanto costituissero il Matrimonio. L’uomo dunque non ha nessuna libertà, nessun diritto di sciogliere l’unione matrimoniale. Ma i Farisei incalzano Gesù e oppongono al suo discorso la liceità data loro da Mosè.
Fantastica e schiacciante è la risposta di Gesù: ad duritiam cordis vestri permisit vobispraeceptum istud! (Porca miseria!); cioè, Mosè permise il divorzio anche quoad vinculum, perché la poca virtù degli Ebrei non avrebbe potuto sostenere il peso della unità e indissolubilità del Matrimonio di cui ho detto prima.
L’indissolubilità significa che il Matrimonio non può sciogliersi mai.
Cercherò di occuparmi della indissolubilità quoad vinculum, cioè concernente il vincolo in sé.
Bisogna allora chiedersi se il Matrimonio non sia insolubile per diritto naturale (e noi che siamo credenti diciamo per diritto divino), oppure per diritto ecclesiastico.
Eugenio IV nel Decreto pro Armenis, e con lui il Concilio di Firenze, dichiara di non esservi possibilità alcuna di dissoluzione a causa della analogia con il Matrimonio tra Cristo e la Chiesa: propter hoc quod significat indivisibilem unionem Christi et Ecclesiae. E Pio IX condannò nella num. 67 la proposizione del Sillabo che prevedeva appunto lo scioglimento del vincolo mediante l’autorità civile.
Adamo stesso proclamò l’indissolubilità del Matrimonio esclamando, quando Dio gli presentò Eva ed istituì il Matrimonio: os ex ossibus meis, et caro de carne mea (osso dalle mie ossa, e carne dalla mia carne); ma anche Gen 2,23.24); il marito e la moglie, in forza del contratto coniugale, sono divenuti una sola persona, duo in carne sola. Il Matrimonio è indissolubile per diritto naturale quindi; eccetto che per causa della morte sopraggiunta di uno dei due. E’ indissolubile per diritto non solo naturale, ma divino: non già perché Dio è autore della natura, ma perché Adamo lì proferisce quelle parole per ispirazione di Dio. Così interpreta infatti il Concilio di Trento nel Proemio della Sessione 24.
Solo la morte, nessun’altra causa può sciogliere quel vincolo; cosicchè, se uno dei coniugi tenta di infrangere il vincolo col passare ad altre nozze o altre relazioni, si affanna a realizzare qualcosa di irrealizzabile: egli commette delitto di adulterio! E’ San Paolo a confermarlo: vivente viro, vocabitur adultera! (Rom 7,3)
Il vincolo può sciogliersi tuttavia stanti i seguenti difetti: inconsumazione e Fede.

Per l’inconsumazione, appurato che vi sia giusta causa, il diritto contempla: Il matrimonio non consumato fra battezzati o tra una parte battezzata e una non battezzata, per una giusta causa può essere sciolto dal Romano Pontefice, su richiesta di entrambe le parti o di una delle due, anche se l'altra fosse contraria (Canone 1142).
Per i difetti che occorrono quoad fidem dobbiamo distinguere il privilegio paolino e il privilegio petrino.
Privilegio Paolino: Can. 1143 - §1. Il matrimonio celebrato tra due non battezzati, per il privilegio paolino si scioglie in favore della fede della parte che ha ricevuto il battesimo, per lo stesso fatto che questa contrae un nuovo matrimonio, purché si separi la parte non battezzata.
§2. Si ritiene che la parte non battezzata si separa se non vuol coabitare con la parte battezzata o non vuol coabitare pacificamente senza offesa al Creatore, eccetto che sia stata questa a darle, dopo il battesimo, una giusta causa per separarsi.
Privilegio Petrino: uno dei due coniugi si converte alla fede cattolica; è accertata l’impossibilità di ricostituire la comunione di vita coniugale; sussiste una giusta causa.
Can. 1148 - §1. Il non battezzato che abbia contemporaneamente più mogli non battezzate, ricevuto il battesimo nella Chiesa cattolica, se per lui è gravoso rimanere con la prima di esse, può ritenerne una qualsiasi licenziando le altre. Lo stesso vale per la moglie non battezzata che abbia contemporaneamente più mariti non battezzati.

Can. 1149 - Il non battezzato che, ricevuto il battesimo nella Chiesa cattolica, non può ristabilire la coabitazione con il coniuge non battezzato a causa della prigionia o della persecuzione, può contrarre un altro matrimonio, anche se nel frattempo l'altra parte avesse ricevuto il battesimo, fermo restando il disposto del can. 1141.
In altri casi, il diritto prevede la separazione in permanenza del vincolo:
Can. 1151 - I coniugi hanno il dovere e il diritto di osservare la convivenza coniugale, eccetto che ne siano scusati da causa legittima: l’adulterio; il grave pericolo cui uno dei due coniugi esponga il bene spirituale o corporale dell’altro o della prole; il fatto che uno dei due sposi abbia reso troppo dura la vita comune all’altro o ai figli.
Vista quindi la estrema densità semantica, consentitemi, del termine Matrimonio, non guasterebbero nemmeno alcune note di riflessione circa la sua efficacia sociale.
Proprio lo Stato liberale, quello cioè configurato con il minimo di interventi centrali e il massimo di azione cittadina, dovrebbe riconoscere e promuovere i soli negozi che contribuiscono al bene sociale; le sole attività che producono utile sociale: e tra queste primamente la procreazione, l’allevamento e l’educazione dei figli assicura alla società la sua stessa sopravvivenza.
Quando ho parlato dei principi essenziali del Matrimonio, unità e indissolubilità, inevitabilmente ho preparato il terreno a questa parte del mio scritto che dimostra essere quelli i requisiti idonei, propizi a che avvenga la cosiddetta “educazione del cittadino”: una vita associata caratterizzata dal vincolo, dalla stabilità, dalla unità.
Le unioni di fatto, sia etero e omosessuali, per loro stessa natura sono caratterizzate da volatilità e affidate al capriccio o al desiderio autoreferente: infatti i soggetti che compongono tali unioni hanno deliberatamente e appositamente scelto di non impegnarsi con nessun contratto, nessun sinallagma.

Lo Stato ha bisogno di garanzie e, pur la crisi in cui i contraenti possano incorrere, il Matrimonio resta l’istituto più convincente, forte, carico di garanzie che la società abbia saputo produrre. Il filosofo Samek Lodovici spiega bene che il Matrimonio prevede che i coniugi si assumano delle responsabilità in modo pubblico e formale, si assumano dei doveri verso il coniuge e verso i figli, il cui rispetto può essere rivendicato anche giuridicamente; nelle forme alternative di vincolo, così tanto in voga oggi, lo Stato apre una obbligazione nei confronti dei conviventi, mentre questi non assicurano alcun “ritorno” sociale allo Stato. E’ proprio lo Stato liberale che dovrebbe dire no, e lasciare che i singoli cittadini si autodetermino affettivamente, al di fuori del contratto matrimoniale, come credono e senza alcuna partecipazione obbligazionaria dello stesso. Lo Stato liberale, infatti, dovrebbe mai dimenticare, pena la sua estinzione, ciò che Aristotele nella Etica Nicomachea afferma: la famiglia è qualcosa di anteriore e di più necessario dello Stato.

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giovedì 21 febbraio 2008

La Giustizia di Dio

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Mosso dalla volontà di chiarire innanzitutto a me stesso cosa è la Giustizia di Dio, ma anche per chiarirmi la sua ineludibilità in relazione alla Misericordia, scrivo queste righe ad aprire un dibattito che possa fare dono a tutti di chiarezza.
Parto col dire che la parola Giustizia ha diversi significati.
In senso lato significa lo stato di perfetta moralità, ossia lo stato di santità, e in questo senso disse Gesù: quaerite autem primum regnum et iustitiam eius et omnia haec adicientur vobis (Mat 6,33).
In senso stretto significa la giustizia commutativa; la quale è quella virtù per cui uno rende a ciascuno il suo, ossia rende al prossimo tutto quello di cui gli è debitore.
Questa giustizia é evidente che non possa attribuirsi a Dio; Dio è l'Ente supremo, assoluto, indipendente, non vincolato da nessuna legge, da nessun obbligo verso le sue creature: quindi è impossibile che abbia doveri e debiti verso di loro, come anche è impossibile che queste abbiano dato qualche cosa a Dio e siano verso di Esso creditrici. Chiaro è S. Tommaso: Et haec non competit Deo, quia, ut dicit apostolus, Rom. XI, quis prior dedit illi, et retribuetur ei? (I, Q. 21, Art. 1).
In senso stretto altresì ci si riferisce alla Giustizia distributiva; ed è quella virtù per cui il Superiore, il Principe assegna ai sudditi o premi o castighi proporzionati ai loro meriti o demeriti.
La Giustizia distributiva appartiene a Dio, essendo Egli il Sommo Padrone, Legislatore, Giudice degli uomini. Questa divina Giustizia cosi si definisce: la volontà immutabile ed efficacissima di Dio di rimunerare, con premi proporzionati ai meriti, i giusti; e di punire, con castighi proporzionati ai demeriti, i peccatori.
Questa Giustizia distributiva di Dio è infinitamente perfetta, superiore senz’altro alla Giustizia distributiva dei Principi, Superiori, Giudici di questa terra per le ragioni seguenti:
1) l'umana Giustizia é deficente, può mancare: o in quanto il Giudice per errore di intelletto giudichi male e applicando una pena o maggiore o minore del demerito; o in quanto il giudice per errore d'intelletto può assolvere un reo giudicandolo innocente, ovvero condannare un innocente sentenziandolo reo e colpevole; o in quanto il reo può sottrarsi alla efficacia della giustizia umana, ad esempio con la fuga;
2) l'umana Giustizia ha solo per oggetto le azioni esteriori dell'uomo, ma non le interiori: quindi a queste o buone o perverse non può applicare né premi né pene; e cosi non può giungere a correggere e a riformare l'interno dell'uomo, lasciandolo corrotto e malvagio (pur con i dovuti sforzi delle scienze umane moderne e del moderno sistema detentivo, comunque fallibile);
3) l'umana Giustizia punisce solo le colpe gravi, delle leggere non può ocuparsi. Ma la divina Giustizia, perfettissima come è, punisce anche le colpe più leggere; dice Gesù nel Vangelo: dico autem vobis quoniam omne verbum otiosum quod locuti fuerint homines reddent rationem de eo in die iudicii (Mat 12,36); premia poi le opere buone anche minime, dicendo Gesù : et quicumque potum dederit uni ex minimis istis calicem aquae frigidae tantum in nomine discipuli amen dico vobis non perdet mercedem suam (Mat 10,42). Tali difetti non connotano la Giustizia divina, essendo sapienza e santità infinita, penetrando fin nei più reconditi pensieri dell'animo umano, scrutandone i più segreti pensieri (e non come qualcuno afferma facciano pure gli Angeli). Quanto più imperfetta è l'umana Giustizia, altrettanto di più, cioè infinitamente perfetta è la Giustizia divina.
Altresì è costume largo “allungare” la “rozzezza” evangelica con il miele del teologically correct, espungendo i passi chiarificatori di uno degli attributi più belli, ma anche più esigenti, di Dio:

Iustus Dominus, et justitiam dilexit (Sal 10,8); Paravit in iudicio thronum suum, et ipse judicabit Orbem terrae in aequitate, judicabit populos in justitia (Sal 9,8); Justitia ante eum ambulabit (Sal 81,14); Justus Dominus in omnibus viis suis (Sal 144,17).

Inoltre ancora nelle Scritture si dice che Dio inspector est cordis, ma reddetque homini juxta opera sua (Prov 21,12).
Altresì di Dio Giudice supremo disse Gesù stesso: Tunc reddet unicuique secundum opera ejus (Mat 16,27); S. Paolo predice il giorno justi judicii Dei, qui reddet unicuiqui secundum opera ejus; iis quidem, qui secundum patientiam boni operis gloriam, et honorem, et incorruptionem quaerunt, vitam aeternam ; iis autem, qui sunt ex contentione, et qui non aequiescunt veritati, credunt autem iniquitati, ira et indignatio (Rom 2,5). Con queste parole l'Apostolo dichiara esistere in Dio tanto la Giustizia remunerativa, che premia, quanto la vendicativa, che punisce. Dice inoltre a dimostrazione della divina Giustizia: Bonum certamen certavi etc. in reliquo reposita est mihi corona justitiae, quam reddet mihi Dominus in illa die justus judex (2Tim 1,7).


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