mercoledì 22 aprile 2009

Il preservativo che non preserva

di Giuseppe Garrone e Elena Baldini

Siamo alle solite.
Appena il Papa apre bocca, si scatena il putiferio. Anche quando dice cose ovvie e semplicissime, come il fatto che il preservativo non serve ad evitare il diffondersi dell’aids.
Naturalmente, c’è chi si è affrettato a dire che il Papa stava solo esponendo, come è logico, la dottrina morale cattolica. Ma Egli parlava soprattutto in difesa della vita di milioni di bambini e adulti.

Per dirla con le parole nude e crude della scienza, uno studio neanche troppo recente (1990) della “JOHN HOPKINS UNIVERSITY”, («Population Reports», vol. XVIII, n. 3, serie H, n. 8), il contatto diretto con sperma infetto è la causa principale della trasmissione per via sessuale del virus dell’Aids. In una eiaculazione vengono emessi circa 3,5 millilitri di sperma, e il liquido seminale di un uomo sieropositivo contiene più o meno 100.000 particelle di virus per microlitro (0,001 millilitri). Una caratteristica dei virus è proprio la loro dimensione incredibilmente ridotta. Al microscopio elettronico si è potuto constatare che il virus Hiv è una pallina del diametro di appena 100 nm (nanometri), cioè 0,1 micron (1 micron = 0,001 mm e 1 nanometro è un miliardesimo di metro). Ciò significa che il diametro della parte più grossa dello spermatozoo, la testa, che è di 3 micron, è trenta volte più grande del virus dell’Hiv. E’ come dire che, se lo spermatozoo ce la fa a oltrepassare la parete del preservativo, il transito è trenta volte più comodo per il virus.
I vari test eseguiti dall’industria della gomma (test di permeabilità sotto pressione, test elettrico, ecc.) dimostrano chiaramente che “Sulla superficie del preservativo la struttura onginale appare al microscopio come un insieme di crateri e pori. I crateri hanno un diametro di circa 15 micron e sono profondi 30 micron. Più importante per la trasmissione dei virus è la scoperta di canali del diametro medio di 5 micron, che trapassano la parete da parte a parte. Ciò significa un collegamento diretto tra l’interno e l’esterno del preservativo attraverso un condotto grande 50 volte il virus” (C.M. ROLAND, The Barrier Performance of Latex Rubber, in «Rubber World», giugno 1993, p. 15).
Ed è noto che il preservativo non è una barriera assoluta contro il concepimento, nonostante che per il concepimento siano necessari milioni di spermatozoi, mentre per l’infezione bastano pochi virus!
L’illusione che fa aumentare il rischio e che uccide!
“Soprattutto per i giovani, che non pare si preoccupino tanto di che cosa ci sia di vero in questa millantata sicurezza, un simile consiglio può essere piuttosto uno stimolo a «provarci» ogni tanto, proprio perché istigati da questa propaganda del preservativo.
Ma uno già positivo Hiv, pur non volendo nuocere ad altri, può essere invogliato a rapporti nell’illusione della barriera.
Un’infezione da Hiv è tuttora una malattia mortale, ma a chi mette in giro questa pubblicità col finanziamento, in questo caso, dai vari ministeri della sanità non pare che importi molto di avere cadaveri sulla coscienza…di sicurezza, il preservativo, ne offre tanta quanta il tamburo di un revolver nella roulette russa” (Joannes P.M. Lelkens, Aids: il preservativo non preserva, 1994).
Cosa c’è quindi dietro a tutto questo?
Enormi interessi economici e l’ideologia antivita.

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giovedì 30 ottobre 2008

La verità, prima di tutto!

L'antifascismo è uno slogan compattatore di componenti politiche e sociali tra le più diverse. E il falso mito del pacifismo tradisce la sua sottile trama ipocrita di violenza totalitaria proprio quando tenta di avocare a sè il privilegio dell'esclusività e l'egemonia nel dissenso.

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venerdì 17 ottobre 2008

Risposta al Card. Cottier

Un'intervista di Gianluca Barile al Card. Cottier, Teologo della Casa Pontificia fino al Dicembre 2005, mi spinge a dover precisare alcune cose, dette dal porporato in solito stile conciliare in base a cui si potrebbero ricavare due opposte interpretazioni. E' il solito dico-non dico, ma potrebbe, però, tuttavia, sebbene...
Certi uomini di Chiesa non hanno più il coraggio di esporre la dottrina, ma foraggiano quella porzione, sempre più larga, di pseudocattolici manieristi di parole e concetti "innocui". Ma un vestito che sta bene a tutti non è più un vestito ma un poncho.

Veniamo a noi.
Alla domanda "Ci potrà essere salvezza per i non cattolici?" il Cardinale risponde: "Ovviamente sì. Dio giudicherà in base all’Amore, e quindi in base alle opere, anche chi ha professato altre religioni."
Benissimo, allora mi chiedo cosa stanno a fare ancora in piedi le chiese. Smontiamo tutto, lui per primo vada a lavorare, e buonanotte ai suonatori.
Ma le cose non stanno così. Il Cardinale farfuglia e contraddice il Magistero infallibile della Chiesa, la quale afferma:

Quanti vogliono conseguire la salute eterna devono aderire alla Chiesa, non diversamente da coloro che, per non perire nel diluvio, entrarono nell'arca (Catechismo di Trento, 114)

No, fuori della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana nessuno può salvarsi, come niuno poté salvarsi dal diluvio fuori dell'Arca di Noè, che era figura di questa Chiesa (Catechismo di S. Pio X, 169)

E' solo un assaggio, senza voler scomodare il Sillabo che nella proposizione XVI condanna proprio la negazione di quello che è un dogma di Fede: Extra ecclesiam nulla salus.
Ma scoltiamo anche il tanto famoso Concilio Vaticano II:
Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza. (Lumen Gentium, 14).
Infatti solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è il mezzo generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. (Unitatis Redintegratio, 3).
Non si esclude, è vero, che in altre religioni vi siano dei frammenti di verità e salvezza, retaggio dell'unica cabala di provenienza. Ma, appunto, la pienezza è solo nella Chiesa Cattolica.

Alcune considerazioni mie finali.
La Chiesa è viva, perchè formata da persone vive; perciò, nel suo insieme, viene spesso considerata come un individuo avente corpo e anima.
Il corpo è formato da tutti i fedeli, i quali credono alla dottrina di Gesù Cristo, obbediscono ai legittimi pastori (Papa e Vescovi) e ricevono i SS. Sacramenti. Capo di questo corpo sociale è il Papa; membra principali i Vescovi; membra secondarie tutti gli altri fedeli.
L'anima della Chiesa consiste in ciò che vivifica i credenti in modo soprannaturale e li mette in grado di compiere opere soprannaturali e degne di vita eterna. Quindi, cosa li vivifica e li fa agire in modo soprannaturale? La grazia santificante (i Sacramenti, come insegna il Concilio dogmatico di Trento), le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo. In questo consiste la vita o l'anima della Chiesa.
Ora abbiamo quattro possibilità: un individuo può appartenere:
1) al corpo e all'anima della Chiesa;
2) al corpo e non all'anima;
3) all'anima e non al corpo;
4) nè all'anima, nè al corpo.

1) Appartiene al I caso il cattolico in grazia di Dio; per il Battesimo è unito al corpo, per la grazia è unito all'anima.
2) Appartiene al II caso il cattolico in peccato mortale.
3) Appartiene al III caso chi ha la grazia di Dio ma non è cattolico. Ad esempio, un protestante validamente battezzato, il quale non ha peccato grave sulla coscienza. Costui non appartiene al corpo, perchè non è cattolico, non ha per capo il Papa, non è inscritto nei registri parrocchiali.
4) Appartiene al IV caso chi non è battezzato e ha commesso peccato mortale.

Per semplificare, perchè il discorso sarebbe lunghissimo, quelli del II e IV caso non si salvano.
Quelli del I caso, ovviamente, si salvano. Resta un discorso particolare per quelli del III caso.
Se sono in buona fede, cioè, sono fuori per ignoranza incolpevole e vivono virtuosamente, o, commesso per disgrazia il peccato, fanno un atto di dolore perfetto, essi appartengono all'anima della Chiesa e si salvano. Questo in teoria.
In pratica è difficilissimo dire chi, non appartenendo al corpo della Chiesa, appartenga tuttavia all'anima.

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mercoledì 15 ottobre 2008

Il Talmud - La Bibbia giudaica

Ecco cosa pensano i presunti "fratelli maggiori" dei cosiddetti "fratelli minori", che da minori si sono trasformati in minorati, giacchè non hanno capito proprio nulla della setta scismatica e razzista giudaica.


A completamento, cito il discorso che Gesù tiene ai Giudei a un certo punto:
Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato.
Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole,
voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. (Giovanni 8, 42-44)

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sabato 11 ottobre 2008

Premio Nobel

Si sa che ormai il Nobel per la Fisica è stato assegnato a certi Hambu, Kobayashi e Maskawa e non al padre riconosciuto delle ricerche che hanno portato costoro ai risultati di cui il premio: il prof. Nicola Cabibbo.
Anche Striscia la Notizia se n'è occupata, senza però troppo chiedersi il perchè di una tale lampante omissione. Per la verità non è l'unica da parte della giuria svedese...
Andreotti diceva che a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca!
Sarà mica perchè Cabibbo è nientedimeno Presidente (di nomina pontificia) della Pontificia Accademia delle Scienze, di cui fanno parte anche Rubbia e Montalcini, erede dell'antica Accademia dei Lincei, rifondata nel 1936 da Pio XI e depositaria della tradizionale esperienza scientifica vaticana fin dai tempi di Copernico (il quale era un sacerdote cattolico!)?
Sarà mica perchè l'anticlericalismo è ormai di casa nell'assegnazione dei Nobel? E perchè non un Nobel a Suor Miriam Stimson, cattolica scopritrice dei meccanismi del DNA negli anni '50?
Ma si sa, i Nobel sono per i vari Fo e Rame...
Egregio professor Cabibbo, le nostre più vive e sincere congratulazioni, per quanto possano valere. Lei è beneficiario di ben altri riconoscimenti, quelli che è solita assegnare la storia.


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martedì 16 settembre 2008

Strani jovanotti

L'ipocrisia sembra la cifra smaccata di questo maleodorante e rutilante mondo di cartongesso, dove si assiste al matrimonio religioso di un tizio, cantante e militante comunista di professione, che in un suo testo scrive:

Io credo che a questo mondo
esista solo una grande chiesa
che passa da CHE GUEVARA
e arriva fino a MADRE TERESA
[...
]
arriva da un prete in periferia
che va avanti nonostante il Vaticano

A parte l'irriverente paragone tra un terrorista e Madre Teresa, ma quel che più risalta, è lo sberleffo che il signorino tenta rivolto alla Santa Madre Chiesa e alla Sede Apostolica.
Il signorino oggi sposa una convivente che sfoggia un Roberto Cavalli; lui stesso è in frac e tuba e con una sfavillante Mercedes Classe S; lista invitati da reboante evento patinato, con annessa scenografia da fotoromanzo. Insomma, la febbre del fetido moralista prende tutti, soprattutto i novatori delle magnifiche sorti e progressive.
La verità è che tutti son froci, ma col culo degli altri. Chi vuol intendere, intenda...

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venerdì 29 agosto 2008

Juno e il possibile ciclone etico

Film disossante questo Juno, almeno per quanto è concesso di capire ad un polveroso reazionario come me.
Uno di quei film che tranquillamente ti vedresti munito del solito kit cinefilo di popkorn e cola, magari a fianco della tua ragazza, ma che alla fine rischia di farti andare di traverso la commediola sdolcinata che intanto ti saresti figurato in quella mente da smagato borghesone modernista, imbevuto di slogan, di sussiego e di futurista panglossismo. Ma...
Fare i conti con Juno è come depilarsi ad ogni sequenza di immagini e soprattutto ad ogni passaggio dei dialoghi (davvero apprezzabili), perchè la ghiandola pilifera che le sferzanti parole di strada di quella deliziosa ragazzina vanno a colpire, consta di sedimentati strati di omologazione culturale ad una ideologia che esclude, o meglio, reclude il miracolo della vita nella sfera delle cosiddette "scelte personali", al pari di una t-shirt rossa o blu, di un ceesburger con o senza cipolla.

Val il piacere di vederlo questo filmetto tanto scomodo per l'internazionale femminista quanto apprezzato dalla gente comune che non comprende come si possa mettere sul giornale annunci su "come avere bastardi, al pari di pappagalli e iguane".
Juno è semplicemente una ragazza che dice NO all'aborto!
E non si sopporta che una donna possa decidere e aprire, contrariamente, al possum, al volo. Giustappunto la volontà di questa ragazzina è il perno del film, atto espressivo di una tale potenza antropologica che lascia sgomenti famiglia e amici, rifiutando il raschiamento in una clinica femminista che sa di "anticamera di dentista" con nevrotiche vittime-pazienti, e dove le viene offerto, a conferma del nesso taciuto tra contraccezione e aborto, un preservativo al lampone affinchè il pisello sappia di crostata. Juno trova una coppia disposta ad allevare il suo "fagiolo" tra gli annunci, vicino la sezione "uccelli esotici". Dopo tutto bisogna solo "spremere e fare uscire il fagiolo"...
Juno è piccola, non ancora pronta per la maternità perchè "bisognerebbe innamorarsi prima di riprodursi": ma la sua opzione di libertà non si esercita nella negazione della vita.
Il film riesce ad essere non già un banalotto compromesso laico, ma, a mio parere, una piattaforma di partenza piuttosto.
Meglio la modernità sublime della ruota del convento medievale, meglio darlo in adozione dopo averlo fatto, il pesciolino. E' lo scacco inaspettato giocato al veterofemminismo, lo sberleffo, il pernacchio sonoro ai tumulti chiassosi dei professionisti della piazza che agitano paroloni di cui non ne conoscono nemmeno il senso. E sì, perchè quando un tecnico ecografo si improvvisa consulente morale di una adolescente, è come ammettere plausibile che un tecnico delle unghie si occupi di teologia. E nel film, questa mia deformazione, è espressamente emendata dalla matrigna di Juno.
Tutto si può fare, nel tempo in cui si è liberi di scegliere, tranne uccidere i bambini nel seno delle loro madri. E una società che civile voglia definirsi, con quale credito morale si presenta agli occhi delle sue varie componenti umane se considera più dignitoso salvare il Panda o il Gorilla, tutelare la biologicità del pomodoro San Marzano
dell’agro sarnese quando vuole trasformare l'utero della donna nel più grande laboratorio del III millennio?
La chiave della storia è il "no, grazie" all’aborto. Deciso così, con la leggerezza di un passo esistenziale qualunque, ma dovuto a qualcosa di misterioso, una sorta di eleganza dello spirito, un tributo spontaneo all’amore e alla responsabilità. Però, ecco la sorpresa modernissima e anche antichissima, degna, come detto, della vecchia ruota del convento ma nelle forme del XXI secolo, quel no è compatibile con il rifiuto della modernità. Per Giove!
I ragazzi pare siano costruiti per fare sport, per consumare immagini, per fidanzarsi e sfidanzarsi a caso, non sanno letteralmente che cosa nella loro esistenza superi la dimensione dell’ormonale, la piattezza dei desideri senza molta speranza. Le loro pulzelle fricchettone invece la sanno lunga, e il film parla alle donne e solo a loro: sono ciniche quanto basta per sembrare credibilmente un pezzo di realtà e di società. Hanno il sogno incorporato nella loro natura umana creaturale, danno vita al mondo, senza se e senza ma.
Juno parla del vero potere femminile, che è un’alleanza di natura e cultura anche inconsapevolmente vissuta, un’allegria di vivere che trionfa non appena si spegne, nella fila alla clinica dove le vecchie generazioni di donne avvilite dall’ideologia si grattano, si graffiano e si maltrattano, la coazione a odiarsi e a mutilarsi dell’altro-da-sè.

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giovedì 14 agosto 2008

Famiglia s-cristiana

In questi giorni infuria la polemica su Famiglia Cristiana.
Il Direttore della Sala Stampa Vaticana, Padre Lombardi, fa sapere che Famiglia Cristiana non ha nessun titolo per rappresentare la posizione della Santa Sede e della CEI.
Era ora.
Meglio che non intraprenda la disamina delle autentiche porcate teologiche scritte negli anni da questa rivista da spiaggia nudista, visto che, comunque, i culi ce li ha già inseriti ufficialmente da Novembre 2005. Anche la "famiglia cristiana" ha un culo. Che mondo eccezionale!
Il culo "Cristiano" ce lo abbiamo già. A quando la gnocca "Benedetta"?
Ma veniamo a noi e ad una breve riflessione (correrei il rischio di infestare anche questo santo angolo di buon senso editoriale).

Questa rivista, che troneggia sui tavolini delle nostre parrocchiette, spacciata come "cattolica" ma che di cattolico non ha niente se non il culo (questo sì, molto cattolico!), ha trasformato (ma forse è stato sempre così) le sue pagine in falci e martello da ideologismi della sinistra castrista. Per non parlare delle fregnacce dei vari teologi che si aggirano per la rivista (come Falsini) o di presunti abati (e chi lo ha mai benedetto?), come Enzo Bianco, di presunte comunità monastiche (con quale approvazione pontificia e quale inquadramento canonico?). E' una rivista da buongustai dell'incontinenza verbale e della ciarla luogocomunista. Rivista da compagnucci della parrocchietta, da rivoluzionari conciliaristi alla Melloni, da democristiani alla Dossetti.
Un tipo di cattolicesimo con tanta panna e miele, il volemose bene cartaceo del cattolicesimo militante che fa soldi a palate con la boutade della solidarietà e del volontariato (questo tipo di cattolicesimo è stato il primo a capire che il cosiddetto volontariato è la porta di servizio per entrare nel mercato affarizio delle clientele e dei "piazzamenti" sociali; tanto è vero che la sinistra, che fessa non è, ne fa il verso e cerca di accaparrarsi il mercato immigratorio e sociale con le coop).
Il direttore della (ex) mite rivista dei Paolini ha capito che se continuava a servire camomilla, forse sarebbe riuscita a garantirsi il mercato delle perpetue e dei don Abbondio, ma avrebbe dovuto attrezzarsi a essere venduta non solo nelle chiese ma anche nelle cappelle cimiteriali.
E allora si mette a fare il politicante e il maestrino.
Quando c’erano in ballo i Pacs, le unioni di fatto, chiamate in Italia "Dico", Famiglia cristiana intervistò per due pagine la Bindi che difendeva le sue idee pro-Dico, e diede dodici righe al Papa che li scomunicava. Titolo di copertina ambiguissimo: "Meno Dico e piú famiglia". Si deve pur galleggiare. Semmai è su posizioni di etica sociale che Sciortino può traballare. Non per la politica...
Con il suo azzeccagarbugli e compagno di merenda, il gesuita Bartolomeo Sorge (da cui l'autore di questo blog attende ancora una risposta alla polemica personale su alcune questioni dottrinali), spara a zero sempre sul Berlusca e le politiche "reazionarie" italiane, forse per conservare il suo posto di direttore: basta urlare e si conserva il posto, per la nota attitudine vaticana a evitare gli scandali...
Insomma, Don Sciortino meriterebbe che il tavolo delle sue cartuccelle prodiane gli fosse tirato in testa da quell'energumeno reazionario di nome Camillo. Prete almeno quanto lui.


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mercoledì 6 agosto 2008

Fosse Ardeatine: fu giusto

Il mestiere delle armi è il più antico. Questo blog non è pacifista, ma professa la pace nell'Ordine, che è ben diverso. Il pacifismo è un istmo, un'ideologia. Come tutte le ideologie, è cieco, astratto, orizzontale, violento (sì, violento) e fumoso. Non è latore nè di valori, nè di progetti. Il pacifismo è ateo, innaturale, contorto e criminale. Il pacifismo è neutro, non presuppone nè suggerisce una verità. Cristo non fu mai pacifista (e come può la Verità assumere i caratteri della neutralità?): i frequenti ricorsi al termine "pace", sia nel VT che nel NT della Bibbia, non sono mai disgiunti dal concetto di ordine e "pace da Dio". Non comprenderemo mai il significato della pace cristiana al di fuori del concetto di verità, di ordine, di equilibrio, di gerarchia. Pensate, appunto, alla cattedrale gotica e al suo senso di progressione estetica e teologica dall'esterno (i gargoyles) all'interno (il sancta sanctorum, centro liturgico e sacro del Tempio). E' indicativa dell'universo gerarchico, ordinato di quello splendido periodo storico di rinascimento che fu il cosiddetto Medioevo: La gloria di colui che tutto move per l'universo penetra, e risplende in una parte più e meno altrove (Dante, Divina Commedia, Pd. I, 1-3).
Chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. (Luca 22, 36.37)
La Verità costa il prezzo che ha l'esclusione, l'imputazione e la condanna: cum iniustis deputatus est.
Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. (Matteo 10,34)
Nella dottrina cattolica la guerra non sempre è illecita: la guerra - calamità spaventosa - sia difensiva che offensiva può essere lecita, quando vi è un motivo giusto tanto grave da permettere mali gravissimi quali sono quelli connessi con la guerra stessa (Jone, Compendio di Teologia Morale, 220).

Ad esempio, la liceità risulta in genere dal fatto che è permesso difendersi contro un ingiusto aggressore (la cosiddetta "guerra preventiva" di G. Bush non è proprio una castroneria giuridica).
Nella condotta della guerra è lecito tutto ciò che è necessario o utile al raggiungimento del fine, purchè non proibito dal diritto naturale o divino o dal diritto delle genti.
Attenzione: abbiamo detto diritto naturale, divino e delle genti.
Sentiamo come recita l'art. 51 della carta dell'ONU: nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite.
Dunque gli USA sono intervenuti lecitamente in Iraq e Afganistan.
E anche la Convenzione dell'Aia: la popolazione ha l'obbligo di continuare nelle sue attività abituali astenendosi da qualsiasi attività dannosa nei confronti delle truppe e delle operazioni militari. La potenza occupante può pretendere che venga data esecuzione a queste disposizioni al fine di garantire la sicurezza delle truppe occupanti e al fine di mantenere ordine e sicurezza. Solo al fine di conseguire tale scopo la potenza occupante ha la facoltà, come ultima ratio, di procedere alla cattura e alla esecuzione degli ostaggi.
Ecco il diritto di rappresaglia, sancito dal diritto internazionale. E siamo all'attentato di Via Rasella, in conseguenza di cui ci fu la legittima rappresaglia delle Fosse Ardeatine da parte delle forze naziste.Secondo il diritto internazionale (Art. 1 della convenzione dell'Aia del 1907) un atto di guerra materialmente legittimo può essere compiuto solo dagli eserciti regolari ovvero da corpi volontari i quali rispondano a determinati requisiti, cioè abbiano alla loro testa una persona responsabile per i subordinati, abbiano un segno distintivo fisso riconoscibile a distanza e portino apertamente le armi. Ciò premesso, si può senz'altro affermare che l'attentato di Via Rasella, quale ne sia la sua materialità, è un atto illegittimo di guerra per essere stato compiuto da appartenenti a un corpo sì di volontari che però, nel marzo 1944, non rispondeva ad alcuno degli accennati requisiti.
Lo Stato, solo successivamente, considerò come propri combattenti i partigiani che avessero combattuto contro i tedeschi.
Contrariamente alla vulgata Priebke non è stato condannato per la fucilazione delle Fosse Ardeatine. Tale atto, col termine di rappresaglia, rientra nel codice internazionale di guerra e prevede l'esecuzione di dieci ostaggi per ogni vittima di un attentato compiuto da forze non in divisa. La condanna, che era stata inizialmente comminata solo al superiore diretto, Kappler, era derivata dal fatto che i fucilati furono 335 a fronte di 33 soldati assassinati con terrorismo dinamitardo in via Rasella dalla cellula comunista di Capponi e Bentivegna. Attentato che i comunisti compirono non solo perché causò l'eccidio di soldati tedeschi disrmati della sussistenza ma portò alla rappresaglia che decapitò buona parte della dirigenza partigiana non legata al Pci, ai "popolari" (Dc) e al partito d'azione.
Il caso Priebke è quello di un abominio giuridico. Processato una prima volta non fu ritenuto colpevole del numero eccessivo di cinque fucilati (unica accusa mossa) essendo la verifica del numero un compito che spettava a Kappler. La difesa non entrò in merito argomentando che a via Rasella oltre ai 33 soldati tedeschi vennero assassinati tre civili italiani, tra cui un bambino, e che in linea teorica la rappresaglia poteva forse essere considerata legittima fino a 360 uomini.
Fu molti decenni dopo che, presi dalla foga del castigamatti global, e utilizzando in modo molto disinvolto la non prescrizione del "crimine contro l'umanità" certi signori reclamarono Priebke dall'Argentina e lo processarono nuovamente infrangendo ogni elementare diritto alla difesa. Priebke venne assolto dal delitto più grave ma mantenuto in prigione con la forza, riprocessato una terza volta e infine sacrificato sull'altare del giustizialismo spettacolo.

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domenica 3 agosto 2008

L'ineguaglianza degli uomini

Senza l'assoluto rischio della trascendenza, tutto è uguale, poichè la differenziazione gerarchica è priva dei suoi costituenti fondativi: l'asse assiologico risulta essere sostanzialmente orizzontale.

L'uguaglianza degli uomini è un reato contro la natura.
Come altrove accennato (La Modernità), la modernità si costituisce come frattura, perversione che non smette di affascinare anche le frange più reazionarie, o sedicenti tali.
Nemmeno il cattolicesimo ne è immune, giacchè il Novecento segna l'ingresso compiaciuto della eresia nelle prassi pastorali, offrendo, altresì, la possibilità non remota di corrodere il telaio dottrinario fin qui ancora mondo da certe concessioni.
La combustione del pensiero filosofico occidentale deve alla crisi della metafisica il suo principio reattore. La modernità non è che la manifestazione di processi dissolutori della tradizione, della cabala così come giunta e custodita fino a noi.


Ad un certo punto della storia, si introdusse una prassi intellettuale di demolizione dei fondamenti che da sempre costituivano i principi della società a direzione aristocratico-religiosa. La civiltà, fin lì, aveva sempre riconosciuto come uniche sorgenti di legittimazione morale del potere politico tre attività nobilitanti: l'amministrazione del Sacro, l'arte della guerra, il lavoro della terra.
Si concordò di opporsi a quelle coordinate di comprensione del mondo, ponendo tra parentesi l'esperienza cristiana (liquidata col termine di "Medioevo") e costituendosi arbitrariamente senza soluzione di continuità in contatto con la cultura classica.
Nacque l'Umanesimo.
L'aristotelismo era inadeguato per la soluzione della complessità del mondo e la trascendenza scese al rango di mera ipotesi affiancata ad altre di altro tipo. La spinta soprannaturale delle cose è ormai sperimentata come un fatto privato (ben prima, quindi, delle arroganze laiciste della rivoluzione totalitaria francese), oltre il cui solco v'è soltanto superstizione.
Da qui la motivazione della ribellione luterana: è l'annuncio dell'eclisse di Dio come partecipazione istituzionale, corale, sociale, come ermeneutica stessa della società.
Si articolerà poi, ma trovando il suo fondamento in questa nuova configurazione culturale, la secolarizzazione dell politica e una vera e propria trasfigurazione religiosa della sovranità, dove, mancando la ricapitolazione trascendentale delle cose, lo Stato si prevede fondamento della morale e vero e proprio potere spirituale. Cesare è Dio.
L'atomizzazione della civiltà agraria, dunque, rende possibile lo sviluppo di un'etica che riconduce l'individuo all'esterno del perimetro di valori costituito dal binomio di sangue e suolo. La nuova economia, peraltro, ideata e avviata proprio in Italia, disarciona l'uomo dai contesti identitari che lo caratterizzano, lo specificano, lo "fanno". La nuova logica del mercato è astratta, fumosa, il mito umanista dei diritti universali è astratto, la chimera dell'universalismo profano è astratta.
Non c'è più l'uomo, quello vero che vive e parla una lingua, che ha una religione ed è parte di una comunità, inserito in una storia e latore di una specifica cultura (in qualche modo, l'uomo dei capp. 2 e 4 della Germania di Tacito): c'è l'appiattimento, prima che sociale, antropologico di un uomo identico agli altri.
Privato della sua naturale tensione oltretombale, trascendente, l'uomo è belva.
Come una belva, infatti, l'uomo moderno scopre un orizzonte di terre inesplorate, l'abisso etico, la privazione del senso: nasce anche il romanzo moderno, dove però l'eroe non è più Enea che si fa carico del padre Anchise, la Tradizione. L'estinzione delle antiche classi dirigenti militari e spirituali lascia il mondo sgomento.

La fine del Kathekon
La teoria gelasiana dei duo luminaria e la filosofia tomista affidano al potere temporale la funzione di Kathekon, l'"ostacolo" al prevalere delle forze dissolutorie dell'Anticristo.
L'Impero Romano prima (non a caso Cristo "sceglie" quel momento per l'Incarnazione, in un momento in cui l'ordine era fondato sul diritto e garantito da un'autorità), il Sacro Romano Impero dopo, rappresentarono storicamente il kathekon dell'Occidente, il contenimento e la preservazione da volontà esogene di smarrimento dei principi costitutivi della Cristianità europea. Il presidio della verità cattolica in tutta la sua pienezza e la sua intemerata predicazione aveva il potere di frenare lo sviluppo della perversione e delle forze del male anche nel mondo laico e fra i non cristiani: era, quindi, il kathekon, soprattutto un disegno di organizzazione metapolitica della società.
Oggi, invece, una tipologia di organizzazione semplificatrice, antigerarchica e anticastale egemonizza e guida i progetti di costruzione del patto sociale fra i soggetti: l'ideologia democratica.
Ideologico è, infatti, l'assioma della semplificazione dell'uomo. L'ineguaglianza, viceversa, non è ideologica poichè la sua stessa missione è quella di restituire l'uomo alla complessità delle sue dimensioni plurali, alla eterogeneità delle sorgenti di formazione , alle varie declinazioni esperienziali: il ripristino della poliedricità nell'ordine. L'ineguaglianza è Ordine, poichè ramifica il corpo sociale in ulteriori corpi e articolazioni organiche, in cui il processo di accoglimento della universalità è mediato e non traumatico, non conflittuale.
La blaterata uguaglianza è frammentazione, è polverizzazione patologica dell'uomo scaraventato in un mondo nato sull'assurdo storico del primato della ragione.
Il Medioevo aveva reso architettonicamente questa verità attraverso lo stile gotico. Dante con la Divina Commedia. Manzoni con la tematica della Provvidenza.

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venerdì 27 giugno 2008

La depravazione statale

Un innocuo sapore di fragola, ovvero: il sesso chiedi e gusta spiegato ai ragazzini delle scuole medie.

di Rodolfo Casadei

Strano posto, il territorio della provincia di Milano: se in una famiglia a una bambina capita di ritrovarsi sotto il banco a scuola un disegno pornografico con annessa legenda secondo la quale lei fa sesso a pagamento con suo fratello, quei genitori si vedranno portare via i figli perché non hanno esercitato a dovere la loro responsabilità di adulti. Se invece altri adulti insegnano a dei ragazzini di 13-14 anni come si pratica il sesso orale, spiegano che in caso di gravidanza possono ricorrere all’aborto senza parlare coi loro genitori o che l’età giusta per avere i primi rapporti sessuali è 15-16 anni, a questi adulti non succederà niente di male, anzi: lo Stato li pagherà per il loro lavoro, perché quello che stanno facendo si chiama, proprio così, "educazione sessuale".


Per carità di patria non facciamo il nome delle scuole. Ma quello della zona sì: la zona 9 di Milano. Lì da alcuni anni nelle scuole medie inferiori viene portato, previa approvazione del singolo istituto su proposta di qualche commissione di docenti, un Progetto di educazione all’affettività dove ai ragazzini viene spiegato tutto ma proprio tutto, tranne l’affettività. Il progetto non è farina del sacco degli insegnanti (benché i lavori delle commissioni, 20 ore all’anno, siano retribuiti a 18-20 euro all’ora coi soldi del fondo di istituto), ma è calato dall’alto dall’Asl locale. Diciamo calato dall’alto perché è difficile definire diversamente un progetto che gli esperti dell’Asl presentano agli insegnanti della commissione che si è rivolta a loro nei seguenti termini: i contenuti sono quelli che vengono esposti e sono insindacabili, non si possono modificare o integrare, si può solo prendere o lasciare; durante le lezioni di dottoresse e psicologi loro, gli insegnanti, dovranno stare fuori dalla porta, affinché i ragazzi siano più liberi di esprimersi; da quest’anno il progetto, che è finanziato all’Asl dalla Regione (le scuole non devono pagare niente), va approvato e attuato non più su base annuale ma triennale: bisogna legarsi mani e piedi per tre anni a quello che l’Asl decide di fare.
Naturalmente le responsabili del progetto invitano anche i genitori dei ragazzi a un incontro di un’ora per presentare loro il lavoro che faranno coi figlioli. Ma pare che tacciano almeno un paio di circostanze: per esempio quella che gli insegnanti sono tassativamente esclusi dalla partecipazione alle lezioni; e per esempio quella che fra le informazioni trasmesse ai ragazzi c’è pure il fatto che possono rivolgersi ai servizi sanitari per interrompere un’eventuale gravidanza senza parlarne coi genitori. Un argomento fieramente dibattuto nei faccia a faccia con gli insegnanti, alcuni dei quali avrebbero obiettato che dire a un 13-14enne che ha facoltà di decidere di abortire senza nessun riferimento all’autorità dei genitori non è propriamente educativo. Significa investirlo di un senso di onnipotenza negativo per la sua crescita e per chi gli sta intorno. Ma quelli della Asl hanno replicato che la legge 194 prevede tale facoltà, che è loro compito informare in maniera completa ed esaustiva i ragazzi, in quanto non è automatico che alle medie superiori verranno correttamente informati, e perché il problema potrebbe presentarsi. La nuda informazione, senza interferenze da parte di giudizi di valore su cosa è giusto o sbagliato, bello o brutto. Tranne uno: che bisogna fare il possibile per evitare di contrarre malattie o gravidanze indesiderate.

Penna, quaderno e profilattico [una volta erano i massonici squadra e compasso, ndr]

Questa è la filosofia del Progetto educazione all’affettività. Gli insegnanti non sono ammessi ai corsi, ma i ragazzini parlano, e raccontano come si svolgono le lezioni. Lo spunto è dato dalle loro domande, raccolte per iscritto e in forma anonima in classe prima dell’incontro con la ginecologa. Costei parte dal singolo interrogativo per sviscerare l’intera materia. C’è sempre qualche curiosità circa il sesso orale, che dà la stura a spiegazioni dettagliate sui profilattici: «Per il sesso orale si usano preservativi al gusto di frutta», si sentono dire gli allibiti 13enni, «per il rapporto anale serve un preservativo più resistente, per i rapporti vaginali ne basta uno normale».
I profilattici fanno parte dei sussidi didattici, così come un pene e una vagina artificiali, che vengono fatti passare fra le mani di ragazzi e ragazze. A volte vengono invitati loro stessi ad applicare il coso di gomma sull’organo maschile, a volte fa tutto l’esperta della Asl. «A me non è piaciuto vedere la signora che continuava ad allungare il preservativo e poi ci ficcava le mani dentro», commenta un ragazzino.
Una delle ossessioni degli adolescenti maschi, si sa, è la misura del membro: nelle domande l’argomento torna spesso. «Cosa succede se il membro maschile è molto lungo?», diceva per esempio una domanda. Risposta: «Non succede nulla, la profondità della vagina è sette centimetri, più in là non si va. Anche Rocco Siffredi ha a disposizione solo quello spazio». L’aver evocato il Rocco nazionale ha indotto domande improvvisate sull’argomento: ma come fanno i pornoattori a fare quello che fanno? E per di più senza il profilattico che voi ci state caldamente consigliando? Risposta: «Quello che vedete al cinema è un montaggio di immagini. Nessun rapporto dura così a lungo come fanno vedere. E l’eiaculazione avviene sempre fuori dalla vagina». Un tempo c’era chi bigiava la scuola per frequentare cinema a luci rosse, adesso non c’è più bisogno: vai a lezione ed è quasi la stessa cosa.
Non tutti riferiscono le stesse cose. Secondo alcuni ragazzi il linguaggio è sempre scientifico e rigoroso, secondo altri «non abbiamo mai sentito dire tante parolacce da degli adulti come quel giorno». Le informazioni legali sul diritto all’interruzione di gravidanza non sono state sempre comunicate come era stato preannunciato agli insegnanti, ma solo dicendo che si può legalmente abortire nei primi tre mesi. Ma il paradigma generale è chiaro: dietro l’abito di una comunicazione puramente informativa su base scientifica e legale viene lasciata passare l’idea che in materia di sesso ognuno/a può fare quel che gli/le viene in mente senza porsi domande, se non circa le probabilità di beccarsi una malattia o una gravidanza non desiderata. Nessuno spiega ai ragazzi che quello che si vede nei film non è il modo giusto di vivere la sessualità. Nessuno gli racconta che il sesso è qualcosa di molto più affascinante e complicato di un meccanismo messo in moto da curiosità pruriginose. Sperma e gomma, gomma e sperma: nient’altro.

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lunedì 23 giugno 2008

Cacciato un giornalista dal Vescovo

La notizia è battuta sulle agenzie come i tamburi di Moria. E chissà che non esca ora, questione di minuti, il solito orco delle caverne anticlericale, o la ciabattina cattocomunista a inveire o aggrottare la fronte perchè la chiesa così, la chiesa cosà...

Mbè, quello che Mons. Mattiazzo, Arcivescovo di Padova, uno che la gavetta l'ha fatta come Nunzio in Africa, titolare della sua Diocesi da ben 23 anni, ha fatto è cosa buona e giusta e non sta a noi contare i peli della vicenda.
Un Vescovo è Re nella sua Diocesi e può fare quello che vuole, quando vuole.
Come successore degli Apostoli, egli ha ereditato per diritto divino, e come anche ricorda il nostro blog, il triplice potere di istruire, di santificare e di governare una porzione del gregge di Cristo (Mt 28,19).
Dov'è il problema? Nelle maniere? Ognuno ha quelle che ha.
Nell'inopportunità dell'azione pubblica? Sappiate che, nel momento in cui il sig. Gianni Biasetto ha varcato la porta della chiesa, si è sottoposto al giudizio e alle regole del padrone di casa, il parroco, che ne ha giurisdizione: e, in specie, al Vescovo, che di tale giurisdizione ne è il responsabile.
Ritenendolo evidentemente inopportuno in quella circostanza, Messa o non Messa, e ricordandosi che prima lex est salus animarum, lo ha trattato come un comune penitente, il quale si può tranquillamente allontanare dalla chiesa per non destare scandalo nei fedeli (ricordo, a tal proposito, che per scandalo si intende la possibilità offerta ai fedeli di proporre modelli sbagliati e insidiosi di condotta e statura morale).
Per di più, è penitente contumace, non essendosi presentato in foro esterno al giudizio del confessore (poichè il vescovo ha ravvisato nei suoi articoli o nella sua cronaca dei fatti un atteggiamento pregiudiziale e professionalmente scorretto, oltre che oltraggioso).
Di qui al fatto il passo è breve e il contumace, convinto di aver riprodotto esattamente e con solerte e specchiata buona fede i fatti, si è visto trattare come dovrebbero trattarsi i flentes, coloro, cioè, che non dovrebbero essere ammessi al Sacrificio Eucaristico poichè in grave debito con il tribunale del sacramento della Confessione.
Il vescovo ha esercitato le sue funzioni e con un atto di governo, insindacabile (poichè la Chiesa non è democratica, checchè ne pensino Bindi, Prodi e Franceschini vari), ha sbattuto fuori un pettegolo arrivista.
Tutto qui.

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mercoledì 18 giugno 2008

Le benedizioni wireless

Avevate mai sentito parlare di benedizioni aeree? O peggio, avete mai assistito a benedizioni delle chiavi, quando invece avevate chiesto la benedizione della vostra auto? O la benedizione dello zerbino che inonda di grazia l'intera casa?
Fantascienza? Fantascemenza? No, cattolicesimo dell'ultima ora!

Succede sempre più spesso, soprattutto nei santuari, veri torrenti di benedizioni lucrative, che poco hanno a che fare con la nostra vera fede, molto invece con il cattolicesimo "adulto" bolognese dei Dossetti, Alberigo, Melloni vari...
Capita di dover contrattare un centimetro in più di benedizione, o un tratto di aspersione in più perchè tre sono troppe per lo stanco polso del sacerdotuncolo di turno. Avessimo ancora qualche Don Camillo sparso qui e lì, gli ospedali sarebbero pieni di gente con le ossa rotte, con le talari (ad avercele!) sequestrate de iure, e una bella zappa per onorare l'articolo 1 della Costituzione diccicomunista.
Ma i tempi sono cambiati, egregio e infaticabile Don Camillo. I tuoi tempi non ci sono più, li ha spazzati via il concilio delle tavole calde, delle aperture, degli slanci e delle magnifiche sorti e progressive...
No country for old men...
In attesa che i liturgisti (ormai son loro che decidono cosa è buono e cosa no; quale rito seguire e quale no, se lo show di Bugnini o la messa de toujours) diano lumi, mi permetto di osservare che:

  • bisogna seguire i Rituali della Chiesa
  • che vabbè che talora la materia e la forma consistono nel semplice segno di croce, ma qualche decilitro di acqua santa non credo metta a rischio gli equilibri ambientali di "Gaia"
  • che, prima di tutto, l'oggetto o soggetto da benedire deve essere presente fisicamente

Detto questo, mi appello a quanti di voi hanno ancora il buon senso: pretendete che i preti facciano i preti!

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venerdì 13 giugno 2008

Insania neocatecumenale

Questo blog prende risolutamente le distanze da ciò che viene commettendo la gerarchia della chiesa cattolica, rendendo riconoscimento pubblico e definitivo ad una setta scismatica ed eretica, che lambisce da anni ed anni le pieghe più oscure ed empie della aberrazione teologica e dottrinale.
Il catechismo kikiano, il rito pseudoliturgico kikiano, le contaminazioni talmudiche e farisaiche che stanno alla base della ecclesiologia dell'Arguello, feriscono drammaticamente il Popolo di Dio.
Il Cristo-Dio è ucciso.


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martedì 27 maggio 2008

Una lettura del presepe napoletano

A breve un particolare affresco della umanità pravità, finemente rappresentato e totalizzato nella somma teologica del presepe napoletano settecentesco.

Qui il resto del post

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venerdì 25 aprile 2008

L'Apostolo dalla poca fede?

Nell'immaginario collettivo San Tommaso è colui che fa il pignolo, è colui anche che mentre Gesù risorge e appare agli Apostoli (che pure altamente snobbarono di andare in Galileia ad incontrarLo, tanto da continuare a grigliare il pesce (Lc 24,41)), lui si permetteva il lusso di essere assente...
Ma quali impegni fecero assente Dìdimo?
Ma soprattutto, per quale motivo questo Apostolo ottiene il privilegio singolare di un'apparizione supplementare? Eh sì, perchè credo che questo viepiù interessi a noialtri, ben indaffarati viceversa se non a grigliate, ad affari, commissioni, impegni, catechesi magari...O forse un'oretta di sano volontariato che sia il medico che il demonio scaccia via? O forse la nostra quotidiana timbrata di ticket alla Charitas o all'AC, che tutti fanno più santi e certi di celesti glorie?
No amici miei, la sorpresa è come sempre nello stile evangelico, cioè tra le più inaspettate e pruriginose: chè la salvezza, presso noialtri romani, deriva unicamente da quella professione di Fede che esattamente nemmeno Pietro e gli altri mancarono di fare. Come a dire che l'uomo è incapace a salvarsi da solo. E' tutto fatto da quel Divin Figlio: a noi non resta che amare l'unica cosa che ci ha lasciato, la Chiesa, i Sacramenti. L'adesione.
Ecco cosa meritò il privilegio e che buona parte dei goffi pretastri tace o ignora, forse perchè una tessera val più che un confessionile:

I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».
[...] Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». (Giovanni 11,8.16)

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Matrimonio e contratto

Il matrimonio cristiano, cattolico ma pure protestante, è un contratto e solo quello.
Lo stesso contratto è elevato a Sacramento; al contrario, se ciò cadesse nella disgrazia di non essere così inteso, si potrebbe sottomottere il matrimonio alla potestà laica e sottrarlo alla potestà ecclesiastica, promulgando e propagando il cosiddetto matrimonio civile. Se ne ricava, quindi, che codesto matrimonio è contratto naturale, vero ed onesto.
E' tesi prossima alla Fede che contratto e Sacramento sono una sola e stessa cosa, guai a dividerli. E' lo stesso contratto ad essere causa efficiente di Grazia nei contraenti, i coniugi.
Ecco la proposizione del Sillabo condannata dal Pontefice Pio IX:

Matrimonii Sacramentum non est nisi quid contractui accessorium ab eoque separabile, ipsumque Sacramentum in una tantum nuptiali benedictione situm est.

E ancora il Concilio di firenze nel decreto pro Armenis: [...] Causa efficiens matrimonii regulariter est mutuus consensus per verba de praesenti expressus.


Insomma, è lo stesso contratto che produce il Matrimonio, cioè il Sacramento.
Il consenso dei coniugi, indipendentemente da ogni benedizione e formula sacerdotale, quindi anche senza di questa, produce il contratto naturale che è Sacramento. Tra contratto e Sacramento non c'è alcuna distinzione.
Il grande Manzoni, da quel grande esperto in dottrina cattolica qual era, ce ne offre un saggio nell'episodio dei Promessi Sposi, allorquando Renzo e Lucia cercano di sorprendere Don Abbondio e sposarsi di sorpresa, facendone un testimone forzato in seguito al Decreto Tametsi del Concilio di Trento che apponeva l'impedimento dirimente della clandestinità.
Con il Decreto Ne Temere, entrato in vigore a Pasqua del 1908 e accolto pienamente nel CIC del 1917, la Chiesa estende universalmente (precedentemente non c'erano i mezzi) i contenuti disciplinari del Tridentino, chiudendo ancora di più le maglie per i Ministri del contratto che erano e restavano unicamente gli sposi.
Infatti, la materia del sacramento del matrimonio è il corpo dei nubendi. Uno lo dona all'altro e riceve in cambio il suo corpo: contratto, compravendita, sinallagma. La forma è l'accettazione di quel contratto: sì!

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Morale e preservativo

La questione la considererei soluta solo a patto di chiarire alcune cose, stimolate da una personale discussione con alcuni studenti di teologia, asserenti la venialità morale dell'uso del preservativo.
Spero di organizzare al meglio quanto mi accingo a confutazione di quella.
Partiamo dalla fornicazione: la fornicazione è la copula consensuale tra due persone non legate da nessun vincolo di parentela, matrimonio, voto o ordine, se non quello precettivo di castità. Questo, per distinguerlo da ben altri casi più specifici, come lo stupro, che non è consensuale.
La copula è l'atto idoneo a generare la prole; può essere perfetta e imperfetta.

La copula perfetta consiste nella penetrazione con inseminazione; la copula imperfetta consiste nella penetrazione ma senza inseminazione.
La nostra attenzione è proprio sulla copula imperfetta, la quale se non procede alla inseminazione o interrotta, non è propriamente fornicazione, ma contatto impuro con orgasmo che può essere in altra parte completato...
Tuttavia, la copula imperfetta nella quale artificialmente si blocca l'effusione del seme, non è una semplice fornicazione (che rientra nei casi dei peccati iuxta naturam), ma onanismo, che differisce in specie essendo un peccato contra naturam. Peggio.
Cosa è l'onanismo? E' la copula attuata in modo tale che dall'effusione del seme non possa seguire la generazione.
Tra i vari mezzi predisposti a questo fine, si deve distinguere in relazione all'atto specifico e alla cooperazione del partner.
a) La copula naturalmente interrotta, ma il disordine morale interviene o durante o dopo: coito interrotto o detersione del "vaso" femminile. La colpa è di una sola parte.
b) La copula porta con sè il disordine morale già dall'inizio: preservativo, diaframma, spirale o pillole. L'atto pertanto è contro natura fin dall'inizio ed entrambe le parti in causa sono cooperanti.
L'onanismo è un attentato al matrimonio, alla dignità del coniuge e al bene della società.
Il Magistero lo dichiara intrinsecus malum, iure naturali prohibitum (Sant'Uffizio, 19 Aprile 1853; Enc. Cast. Con.)

E mi si conceda anche, qualora si insista sulla venialità, di domandare perchè mai Onan riceve la morte in castigo dal Signore per i suoi gravi delitti: introiens ad uxorem fratris sui semen fundebat in terram (Gen 38, 9-10).

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Simbolismo e Liturgia

Lo strutturalismo ci consente di capire meglio alcune cose che è bene vadano spiegate.
Saussure introduce le nozioni di significato e significante. Il significante (suoni, disegni, gesti) è il veicolo del significato, concetto espresso dal segno.
Senza dilungarmi in materia linguistica, vengo alle nostre lande.
Simbolo significa letteralmente una cosa che sta in relazione con un’altra, ossia ciò che rappresenta sensibilmente qualche cosa che non cade sotto i sensi. Così, ad esempio, nei primi tempi cristiani la conoscenza del Credo ed il segno della Croce erano simboli, segni che facevano riconoscere il cristiano.
Presa in senso ampio, la parola simbolo vale come segno sensibile, significante appunto, che può rappresentare qualche altra cosa; in questo senso tutte le azioni mimiche che il sacerdote compie nella Liturgia come inchini del capo o del corpo, genuflessioni, giungere le mani, sono azioni simboliche, elementi semiotici.
In senso stretto e per quanto ci riguarda, credo doveroso stringere le maglie e affermare che in senso stretto e rigoroso, simbolo è quel segno nel quale la mente scorge un’analogia con un’altra cosa dal segno generico, ma concreto e determinato proprio da quella cosa che è ordinato a rappresentare.
In specie, nella Liturgia il simbolo si distingue in:
1) Naturale e Soprannaturale. Il primo è quello che esprime una cosa che si trova nel medesimo ordine del simbolo stesso, come la corona e la regalità, lo scettro e il potere. Il secondo è quello che rappresenta un’idea di ordine soprannaturale, come l’altare è simbolo di Gesù Cristo.
2) Reale o Convenzionale. Reale quando la relazione è fondata nella natura della cosa stessa, ossia c’è una naturale corrispondenza fra il sensibile e l’intelligibile; è convenzionale quando non esiste una relazione naturale tra il significante e il significato, come la pianeta è simbolo convenzionale di carità o del giogo di N.S.G.C.
La domanda è: esiste una simbologia nella liturgia?
Tutti concedono che essendo il culto cattolico di ordine soprannaturale, anche il simbolismo, se esiste in esso, debba essere soprannaturale; e tutti concedono che nella liturgia si possa trovare il simbolismo convenzionale (io direi, illativo).
La questione allora si riduce a sapere se esiste anche il simbolismo reale.
Il monaco di Cluny Claude De-Vert, fiero giansenista, voleva mettere in luce le ragioni storiche delle cerimonie cattoliche, liberandole dal misticismo di cui fino allora le aveva circondate la tradizione cattolica. La sua opera apparve sul principio del secolo diciottesimo. Tentò pure di rovinare completamente il Breviario (vedasi il manuale di storia del Darras, Vol. II, pag. 442). Il Vescovo di Soisson, Mons. Languet, scriveva al suo clero contro il De-Vert: Io invece dico che l’intenzione della Chiesa riguardo alle cerimonie è stata questa sin da principio di non adottarne neppur una se non per ragioni affatto simboliche.
Se il primo peccava di difetto, il secondo peccava di eccesso.
Il simbolismo esiste realmente nella Sacra Liturgia. Dio stesso lo ha stabilito e ne ha consacrato l’uso nell’AT mentre i sacrifici, le pratiche religiose, le feste, il sacerdozio, il tempio erano pieni di simboli.
La figura scompare al sopraggiungere della realtà in Gesù Cristo, ma il simbolismo rimane e Gesù ne consacra l’uso. La predicazione, i miracoli di gesù sono spesso accompagnati da segni simbolici: nell’ultima cena con la lavanda dei piedi Egli volle significare la mondezza del cuore, e nella istituzione della SS. Eucaristia adoperò il pane che è simbolo dell’unione intima di Gesù con i fedeli, come professa la Chiesa stessa nella secreta della Messa votiva del SS. Sacramento.
Gli Apostoli stessi espongono il senso mistico della materia e delle cerimonie dei sacramenti: 1Cor 5,6; 1Cor 10,17; 1Cor 11,7; Rom 6,4; Col 2,12; Gal 3,27; Gal 5,9; 1Pt 3; etc…

La ragione stessa dimostra come l’attività cultuale debba essere accompagnata e perfezionata dal simbolo: le verità cristiane rivelate, espresse nel divin culto, sono piene di misteri, e quindi lo stesso Divin Redentore, per renderle intelligibili allo spirito umano, facevo spesso uso, nelle sue istruzioni di paragoni e di simboli: quale meraviglia quindi che anche la Chiesa, volendo nella sua liturgia esprimere la propria fede nei misteri e fatti del Cristianesimo, non s’accontenti in molti casi della parola imperfetta e passeggera; ma la dichiari e l’approfondisca mediante azioni simboliche, ovvero la imprima, per così dire, in simboli permanenti? (Valentin Thalhofer, Manuale di Liturgia cattolica, 1894)
Analogamente si può dire dei simboli liturgici quello che San paolo diceva dell’universo visibile: Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità (Rom 1,20).
E la Veritatis Splendor: Lo splendore della verità rifulge in tutte le opere del Creatore.
Questo simbolismo, affermano i protestanti, non fa che sovracaricare inutilmente il culto, distrae il ministro e il popolo, conduce ad un morto meccanismo, ad una vuota esteriorità insomma.
Analizziamo.
Le azioni esterne sensibili e simboliche del culto, mentre servono ad imprimere viepiù nell’animo le verità di Fede, sono assai efficaci a destare nei cuori sentimenti di pietà (concetto sconosciuto al mondo protestante). Ciò che distrae nel culto non è il significato simbolico delle azioni e delle cose, che è sempre ordinato al medesimo fine a cui è ordinato il culto, ma sono le novità liturgiche.
Il fedele nel ciclo delle feste , nel ripetersi delle funzioni, vede ripetersi sempre le medesime cerimonie, i medesimi simboli. Questi, mentre danno al culto una bella varietà e gli tolgono monotonia, dirigono passo passo il fedele negli atti del culto stesso. Sono forse distraesti o suadenti le commoventi cerimonie della Settimana Santa?
Neppure il discorso sulla presunta difficoltà di intelligenza del popolo risulta efficace. Ciò che infatti definisce il pregio del simbolo liturgico è proprio la sua facile intelligenza, la pratica efficacia, in proporzione della cultura e della pietà che ciascuno possiede.
Sentiamo ancora il Thalhofer: “Ciascuno a suo modo attinge dalle azioni simboliche un vantaggio religioso, secondo le sue forze e i suoi bisogni […] Spesso le azioni simboliche, nella liturgia cattolica, sono accompagnate dalle relative parole che servono come il commento, ma sono brevi, come, per esempio, il Lumen Christi; ed il loro concetto, come nello spogliar degli altari, è di carattere poetico ed universale, sicchè lasciano all’individuo ancora molto a meditare. Colui che non intende le parole può ancora ricavare grande frutto dalle azioni simboliche perché esse sono già di per sé, nella loro generalità, di facile intelligenza, per cui rendono popolare il culto cattolico, e ciò, tanto più in quanto la Chiesa nella liturgia, per profondissime ragioni, fa uso di una lingua morta”.
Ma ecco anche levarsi il mea culpa da parte protestante: il nostro culto perdette ogni attrattiva; la sua dignità e il carattere soffersero gran danno ed assunsero quello di una stanchevole monotonia: tutto ciò che era drammatico, nel senso più esteso della parola, è scomparso. Non vi fu mai religione sì povera nelle azioni del culto sacro, quanto il protestantesimo. (Samann)
La Chiesa che a Trento esaltò quindi l’influenza delle cerimonie sulla mente e sul cuore e la maestà che imprimono al sacro culto è così paradossalmente giustificata proprio dai suoi stessi detrattori storici.
Time is Judge.

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Platone, un cattolico isaitico

Oggi è giornata, ce l'ho con i preti per ragioni intime, ma così intime da dovermi procurare un neutromed per sgrassarmi di loro.
Avessero letto il Platone, già, Platone...Farebbero più bella figura quando aprono bocca questi teologiuzzi dalla perla facile e dal pirla a comando.
Tra ebraismi, esegesi, esegiasi, esegiosi, mi par di essere una capra che ristagna nel prato quando il suo posto è tra le vette.
Sono ignorante, puzzo persino, accompagno qualcuno quando morde tappeti e si rotola tra le ossa; se Cristo si è fermato a Eboli, la mia cronologia si è fermata all'800 e non mi muovo di qui fino a che ritornino a prendermi per tornare a casa.
Platone dicevamo, Platone...
Nel Secondo Libro della Repubblica (non il giornale di Mauro, achtung!) il filosofo della seconda navigazione di cebetica memoria descrive in Times New Roman il profilo del giusto, e per giunta, senza piantar ulivi a Gerusalemme.
"Un uomo semplice e nobile il quale, come dice Eschilo, non voglia sembrare ma essere buono.
Bisogna dunque togliergli l'apparenza della giustizia, giacchè se apparisse giusto avrebbe onori e doni per tale apparenza e non risulterebbe chiaro se sia giusto per amore della giustizia o degli onori o dei doni, perciò va spogliato di tutto. [...]
Abbia egli massima fama di ingiustizia, flagellato, torturato, legato....[...] dopo aver sofferto ogni martirio, sarà crocifisso."
Oddio. Leggiamo Isaia 53, uno dei passi più belli dell'intera Bibbia:
"Disprezzato e reietto dagli uomini,uomo dei dolori che ben conosce il patire,come uno davanti al quale ci si copre la faccia,era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima...[...] Noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato....[...] Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità."
Beata ignoranza, i cui figli pare che vengano allevati proprio nei Seminari e nelle Università Pontificie.

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